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“Chi ha ucciso Chiara”. Marco Poggi a Quarto Grado, clamoroso: “Lei diceva…”

Pubblicato: 06/06/2026 08:39

A quasi diciannove anni dal delitto di Chiara Poggi, il fratello Marco Poggi rompe il silenzio e sceglie di raccontare pubblicamente il difficile momento che la sua famiglia sta attraversando dopo la riapertura delle indagini sul caso di Garlasco. Nell’intervista rilasciata a Quarto Grado, andata in onda il 5 giugno, Marco affronta accuse, nuove piste investigative e ricostruzioni che negli ultimi mesi hanno riportato il suo nome al centro dell’attenzione mediatica.

La decisione di parlare nasce dalla necessità di fare chiarezza dopo anni di supposizioni e interpretazioni. «Da questa riapertura la mia figura è stata molto più coinvolta ed è stata un po’ più chiacchierata», spiega a Quarto Grado. Un’esposizione che lo ha spinto a intervenire per mettere fine a «allusioni» e a quell’«alone di mistero» che, a suo dire, si è creato attorno alla sua persona.

Tra gli aspetti che più lo hanno ferito ci sono le accuse circolate negli ultimi mesi, alcune delle quali lo hanno addirittura indicato come possibile responsabile dell’omicidio della sorella. Un’ipotesi che Marco Poggi definisce devastante sul piano umano. «Essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere un autore è la cosa che difficilmente mi andrà più via», afferma, raccontando una sofferenza che ancora oggi lascia spazio a rabbia e amarezza.

Nel corso dell’intervista, il fratello della vittima replica anche alle numerose voci che negli anni hanno alimentato il dibattito sul suo conto. Tra queste, quella relativa a un presunto ricovero in una clinica psichiatrica. «È stato detto di tutto e di più», commenta, riconoscendo come il lungo silenzio mantenuto dopo il delitto possa aver contribuito alla diffusione di indiscrezioni e ricostruzioni prive di riscontri.

Non meno netta è la sua posizione sulle recenti teorie che parlano di un presunto giro di droga che avrebbe coinvolto lui, Andrea Sempio e Stefania Cappa. Marco Poggi respinge con decisione ogni insinuazione. Alla domanda sull’uso di cocaina risponde senza esitazioni: «No, non l’ho neanche mai provata». E aggiunge: «Siamo nella fantasia che più fantasia non può essere. Se nessuno mette un freno, ci sarà sempre qualcuno che si inventerà la qualunque».

Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda proprio la nuova inchiesta che vede Andrea Sempio al centro dell’attenzione investigativa. Pur avendo letto informative, memorie e documenti emersi negli ultimi mesi, Marco Poggi spiega di non aver modificato il proprio giudizio. «Gli elementi che mi sono stati esposti non mi hanno convinto», dichiara, sottolineando di aver analizzato gli atti senza trovare elementi sufficienti per cambiare opinione.

La convinzione della famiglia Poggi resta infatti legata alle sentenze che hanno portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi. Una posizione che, precisa Marco, non è sempre stata la stessa. Nei primi anni dopo il delitto, infatti, lui stesso era convinto dell’innocenza dell’allora fidanzato di Chiara. «L’abbiamo difeso veramente tanto», ricorda. Solo approfondendo gli atti processuali e alcune incongruenze emerse nel tempo avrebbe iniziato a maturare una valutazione diversa.

L’amicizia con Andrea Sempio, nata durante l’adolescenza, rappresenta un altro tema centrale affrontato a Quarto Grado. Marco Poggi racconta di non aver mai osservato comportamenti o elementi tali da far pensare a un coinvolgimento dell’amico nell’omicidio della sorella. Mostra inoltre scetticismo verso le ricostruzioni che attribuirebbero a Sempio un interesse particolare nei confronti di Chiara, sostenendo che, se ci fossero stati episodi rilevanti, qualcuno nell’ambiente familiare o tra le persone più vicine alla vittima ne sarebbe stato inevitabilmente a conoscenza.

Infine, l’attenzione si sposta sulla cosiddetta “impronta 33”, la traccia rinvenuta sulla parete della scala che conduce alla cantina della villetta di via Pascoli. Marco Poggi racconta di aver visto la fotografia mostrata dagli investigatori durante un interrogatorio e di aver inizialmente creduto che il colore rosso visibile nell’immagine fosse sangue. «Pensavo fosse sangue», ammette. Solo successivamente avrebbe compreso che si trattava del reagente utilizzato per evidenziare la traccia. Una circostanza che lo colpì profondamente, tanto da spingerlo a una reazione immediata: «A caldo, la risposta che avevo dato è che mi sembra impossibile che sia stato lui». Un episodio che continua ad alimentare interrogativi in uno dei casi di cronaca nera più discussi degli ultimi decenni.

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