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Ricoverata per Covid, muore: le accuse della figlia, “ecco cosa le hanno fatto”

Pubblicato: 09/06/2026 19:24

L’Azienda Sanitaria Regionale del Molise è stata condannata in sede civile a risarcire con circa 200 mila euro i tre figli di una donna di 91 anni deceduta all’ospedale Cardarelli di Campobasso durante la pandemia. Secondo quanto sostenuto dai legali della famiglia e accolto dal giudice, alla base del decesso vi sarebbero state gravi carenze assistenziali, violazioni dei protocolli sanitari e ritardi nelle cure.

La vicenda risale alla fine del 2020. L’anziana era stata ricoverata il 26 dicembre per una flebite e, al momento dell’ingresso in ospedale, era risultata negativa al Covid-19. La paziente rimase però per quattro giorni nel Pronto soccorso del Cardarelli prima di essere trasferita nel reparto di Chirurgia.

Il 2 gennaio la donna risultò positiva al coronavirus. Da quel momento le sue condizioni cliniche peggiorarono progressivamente fino al decesso, avvenuto l’11 gennaio 2021.

A illustrare i contenuti della sentenza è stato l’avvocato Enzo Iacovino, che assiste la famiglia. Secondo il legale, il giudice avrebbe evidenziato la mancata applicazione delle procedure previste per la tutela dei pazienti ricoverati durante l’emergenza sanitaria, oltre a gravi omissioni nell’assistenza.

«Siamo di fronte alla violazione di ogni protocollo volto alla tutela del paziente durante il ricovero Covid – ha dichiarato Iacovino –. Il giudice mette in evidenza anche omissioni molto gravi, sostenendo che, con cure tempestive, questa paziente non sarebbe deceduta».

Secondo la ricostruzione della famiglia, l’anziana non sarebbe stata sottoposta ai necessari controlli clinici nei tempi opportuni. Le cure adeguate sarebbero arrivate soltanto dopo l’esecuzione di un esame al torace, quando però il quadro sanitario risultava ormai compromesso.

«Questa donna è stata lasciata senza le necessarie attenzioni – ha aggiunto il legale –. Se gli interventi fossero stati effettuati alcuni giorni prima, probabilmente avrebbe avuto possibilità di sopravvivere».

La sentenza rappresenta uno dei primi casi in Italia in cui una struttura sanitaria viene condannata in sede civile per presunte responsabilità nella gestione di un paziente durante la fase più critica della pandemia.

Il caso era stato già esaminato anche sul piano penale, ma le accuse erano state archiviate. I legali della famiglia ritengono ora che la decisione civile possa aprire nuove riflessioni sulle responsabilità nella gestione dell’emergenza sanitaria e sulle conseguenze delle eventuali omissioni assistenziali registrate durante quei mesi drammatici.

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