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Dassilva assolto: le cinque piste alternative sulla morte di Pierina Paganelli

Pubblicato: 11/06/2026 10:12

Ci sono casi giudiziari che, anche dopo sviluppi rilevanti in aula, continuano a lasciare interrogativi aperti. Vicende in cui la ricostruzione ufficiale dei fatti viene messa in discussione da elementi ritenuti non del tutto chiariti, dando spazio a ipotesi alternative che riaccendono il dibattito. È in questo contesto che si inserisce il caso della morte di Pierina Paganelli, tornato al centro dell’attenzione dopo le posizioni espresse dalla difesa.

A rilanciare il confronto sono stati i legali di Louis Dassilva, che al termine dell’udienza hanno indicato una serie di aspetti che, a loro avviso, non sarebbero stati approfonditi in modo adeguato nel corso delle indagini. «E sicuramente non doveva capitare anche in questo procedimento», ha dichiarato uno degli avvocati uscendo dall’aula, sottolineando la necessità di valutare con attenzione tutte le possibili piste.
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Le cinque piste alternative

Secondo la difesa, esisterebbero almeno cinque elementi che meritavano ulteriori verifiche. Il primo riguarda un dettaglio acustico registrato la sera dell’omicidio: il rumore di una porta tagliafuoco che si chiude alle 22.14, rilevato da una telecamera installata nei pressi dei box auto.

Nella registrazione si sentirebbero anche le grida della vittima, inizialmente più intense e poi progressivamente più deboli. Un elemento che, secondo i legali, suggerirebbe che l’aggressione si sia svolta in un’area di passaggio tra le scale e i garage. «Aggressore e aggredita erano nel disimpegno tra le scale e il box», è la ricostruzione proposta dalla difesa.

Un ulteriore rumore, registrato circa un minuto dopo la fine dell’aggressione, sarebbe stato attribuito dai periti alla chiusura di un’altra porta tagliafuoco, diversa da quella principale. «Quindi la nostra idea è che l’assassino sia andato nei corselli e sia poi uscito in prossimità del civico 17», spiegano i legali, ipotizzando una via di fuga alternativa rispetto a quella finora considerata.

I dubbi sui movimenti e sui cellulari

Un altro punto sollevato riguarda i dati estratti dai telefoni cellulari di alcune persone presenti quella sera. Secondo la difesa, le informazioni raccolte non sarebbero del tutto coerenti con i racconti forniti.

In particolare, emergerebbero attività registrate su applicazioni come social network e piattaforme musicali in orari che sollevano interrogativi rispetto alla versione degli eventi fornita. «Il racconto di quella serata non è così com’è stato riferito», sostengono i legali, evidenziando possibili discrepanze.

Sempre in questa direzione si inseriscono le osservazioni sul tragitto compiuto da uno dei soggetti coinvolti nei racconti. L’auto sarebbe stata avvistata nei pressi dell’abitazione alle 23.15, mentre il telefono avrebbe iniziato a registrare passi già dalle 23.10, lasciando ipotizzare una possibile sosta intermedia.

La macchia di sangue e il Dna maschile

Tra gli elementi ritenuti rilevanti figura anche una macchia di sangue individuata in un box auto e che, secondo la difesa, non sarebbe mai stata sottoposta ad analisi approfondite. Un dettaglio che, se confermato, potrebbe rappresentare un tassello importante nella ricostruzione complessiva dei fatti.

A questo si aggiunge la presenza di un Dna maschile rilevato sul corpo della vittima, non riconducibile né a Dassilva né ad altri soggetti già presi in considerazione. La traccia, indicata come “maschio 3”, sarebbe rimasta nonostante problemi tecnici legati alla conservazione dei reperti.

Secondo quanto evidenziato dai legali, questo elemento dovrebbe essere messo in relazione anche con il ritrovamento di un capello scuro nella bocca della donna, considerato un possibile indizio ancora da approfondire.

Le dichiarazioni contestate

Infine, tra i punti evidenziati dalla difesa vi sono alcune dichiarazioni rilasciate nel tempo da persone coinvolte nella vicenda. In particolare, viene richiamato un episodio in cui una testimone avrebbe riferito di aver visto Dassilva in un garage la mattina successiva all’omicidio, dichiarazione arrivata con notevole ritardo.

Nel racconto riportato, emergerebbe anche un momento di incertezza: «Se lui è in carcere è colpa mia», avrebbe detto la donna, per poi aggiungere, secondo quanto ricostruito, «Non ho detto la verità».

Parole che, secondo i legali, rafforzerebbero la necessità di riesaminare alcuni passaggi dell’inchiesta. «A noi non interessa trovare altri colpevoli», hanno chiarito, «quello che vogliamo è mettere in evidenza aspetti che a nostro avviso non sono stati esaminati con attenzione».

Il caso dell’omicidio di Pierina Paganelli resta quindi al centro di un confronto che si muove tra ricostruzioni investigative e ipotesi difensive, in attesa di ulteriori sviluppi che possano chiarire definitivamente ogni aspetto della vicenda.

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