
Un delitto efferato ha sconvolto la comunità di San Stino di Livenza, lasciando dietro di sé una scia di orrore e una serie di interrogativi a cui gli inquirenti stanno cercando disperatamente di dare risposta. La vittima è Chiara Guerra, stimata professoressa di scuola media di 53 anni, uccisa giovedì scorso con una violenza inaudita. Per il delitto è stato fermato il nipote diciottenne, attualmente recluso in una struttura nel Trevigiano con le pesantissime accuse di omicidio volontario e occultamento o soppressione di cadavere. Sebbene il giovane abbia confessato il crimine, la sua ricostruzione dei fatti presenta profonde zone d’ombra che non convincono affatto gli investigatori della Procura dei Minori di Trieste.
Il primo riscontro del medico legale Antonello Cirnelli descrive uno scenario agghiacciante: la donna è stata colpita per oltre trenta volte tra il collo e il torace. Gli indumenti della docente, rinvenuti ridotti a brandelli scuri e bruciati, confermano il disperato tentativo del ragazzo di dare fuoco al corpo all’interno di una legnaia, prima di caricarlo su una carriola, percorrere centinaia di metri attraverso il paese e gettarlo nelle acque del fiume Loncon, dove è stato infine avvistato da un agente della polizia locale.
Le discrepanze della confessione: “Non è possibile!”
I nodi cruciali che smentiscono la versione del giovane killer sono almeno tre. Il primo riguarda la ferocia dell’aggressione: durante un estenuante interrogatorio durato dieci ore, il diciottenne ha tentato di minimizzare l’accaduto, parlando di “un paio” di colpi sferrati a seguito di un rimprovero nato per vecchi dissidi familiari legati all’eredità dei nonni.
L’ispezione sul cadavere ha però demolito questa versione, rivelando che i fendenti sono più di trenta, un dettaglio che potrebbe costargli l’aggravante della crudeltà. Inoltre, i graffi sul volto e sulle braccia del ragazzo, uniti a una frattura alla mano, dimostrano che Chiara Guerra ha lottato con tutte le sue forze prima di arrendersi alla furia del nipote.
Il secondo mistero è legato al sacco in cui il giovane sostiene di aver racchiuso il corpo. Al momento del ritrovamento, a circa otto chilometri di distanza dal punto del lancio, il cadavere galleggiava liberamente ed era solo parzialmente contenuto nel sacco; resta da capire se si sia sfilato a causa della corrente o se il racconto sia inesatto.
Infine, l’opinione pubblica e gli investigatori si interrogano su come sia stato possibile per il ragazzo percorrere settecento metri in pieno centro trascinando una carriola con un cadavere a bordo senza che nessuno avvertisse nulla. Sia l’arma del delitto che il cellulare della vittima risultano introvabili: il diciottenne dichiara di averli gettati nel fiume, mentre le indagini proseguono per stabilire se si sia trattato di un raptus improvviso o di un piano premeditato a tavolino.


