
Per oltre mezzo secolo è stato una delle figure più autorevoli della politica italiana, protagonista di stagioni decisive della Prima Repubblica e osservatore privilegiato delle trasformazioni del Paese. La sua scomparsa, avvenuta nella notte del 18 giugno, chiude un capitolo importante della storia istituzionale italiana e lascia un vuoto nel mondo della cultura politica e del giornalismo.
La notizia ha suscitato cordoglio. Le sue ceneri saranno infatti accolte e sepolte nella città che gli diede i natali nel 1930, in via Principessa Margherita. Prima ancora di diventare uno dei protagonisti della scena politica nazionale, il suo percorso era stato segnato dagli studi giuridici e da una forte tradizione familiare. Proveniva infatti da una famiglia di avvocati attiva fin dal Settecento, mentre il nonno aveva ricoperto la carica di sindaco di Viterbo negli anni Dieci del Novecento. Dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita nel 1953, la passione per l’analisi politica e sociale lo spinse verso il giornalismo professionistico.

Fu proprio questa attività a renderlo una firma autorevole del panorama editoriale italiano. Nel 1958 ottenne l’iscrizione all’albo dei giornalisti professionisti e iniziò una lunga collaborazione con alcune delle più prestigiose testate nazionali, distinguendosi per capacità analitica e profondità di pensiero.
Adolfo Battaglia si è spento all’età di 96 anni. Editorialista per “Il Mondo” di Mario Pannunzio, collaborò successivamente con “Panorama” diretto da Lamberto Sechi e curò l’Annuario politico italiano per le edizioni Comunità. Nel corso degli anni scrisse inoltre per numerose testate di primo piano come “La Stampa”, “Il Corriere della Sera”, “Il Giorno”, “Il Messaggero” ed “Europa”. Guidò anche “La Voce Repubblicana”, storico organo ufficiale del Partito Repubblicano Italiano, mantenendone la direzione per cinque anni.
Parallelamente all’impegno giornalistico, Battaglia costruì una carriera politica di primo piano all’interno del Partito Repubblicano Italiano. Entrato nella direzione nazionale a metà degli anni Sessanta, divenne vice segretario politico di Ugo La Malfa e nel 1972 fu eletto alla Camera dei Deputati, dando inizio a una presenza parlamentare destinata a durare sei legislature consecutive.
Nel corso dei suoi ventidue anni a Montecitorio ricoprì incarichi di grande responsabilità. Fu presidente della Commissione Finanze e Tesoro, guidò il gruppo parlamentare repubblicano e partecipò a organismi cruciali come la Commissione Bozzi per le riforme istituzionali e la Commissione Anselmi d’inchiesta sulla loggia P2. La sua esperienza e competenza lo portarono anche a ricoprire incarichi di governo: prima sottosegretario agli Esteri con delega agli Affari europei e successivamente ministro dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato in tre esecutivi consecutivi, quelli guidati da Giovanni Goria, Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti.
Nel 1994, in una fase di profonda trasformazione della politica italiana, lasciò il Partito Repubblicano per aderire alla componente di sinistra che sarebbe poi confluita nel Partito Democratico della Sinistra. Successivamente scelse di allontanarsi dalla vita pubblica, dedicandosi alla sfera privata. Con la sua morte scompare una delle ultime figure capaci di attraversare da protagonista il giornalismo, le istituzioni e i grandi cambiamenti politici dell’Italia del dopoguerra.


