
Trump non mi è mai stato simpatico. Non è una scoperta di oggi, non è una reazione emotiva all’ultima uscita scomposta, non è il fastidio passeggero per una provocazione in più. È una valutazione politica, culturale e civile che ho da sempre. Quello che sta accadendo in queste ore conferma soltanto, con una chiarezza quasi brutale, tutto il mio disprezzo per un modo di fare politica che riduce la vita pubblica a esibizione muscolare, l’alleanza a rapporto di forza, la diplomazia a battuta da comizio, la leadership a sopraffazione verbale. E sì, diciamolo senza girarci troppo intorno: questa politica ci fa schifo. Ci fa schifo perché non ha grandezza, non ha misura, non ha senso delle istituzioni. Ha soltanto rumore, ego, volgarità e il vecchio trucco populista di spacciare l’insulto per coraggio.
La vicenda non riguarda soltanto Giorgia Meloni, anche se Giorgia Meloni, in questo caso, va difesa senza ambiguità. Un presidente del Consiglio italiano, qualunque sia il suo colore politico, rappresenta l’Italia. E quando viene colpito con parole offensive, volgari, fuori da ogni grammatica istituzionale, non viene colpita soltanto una persona. Viene colpito il nome di un Paese, la sua dignità, il suo ruolo, la sua storia. Si può criticare un governo, si può non condividere una linea politica, si può essere avversari durissimi. Ma davanti a certe uscite il confine cambia: non siamo più nella normale dialettica democratica, siamo nel degrado della scena internazionale.
L’Italia non è un fazzoletto da buttare
Per questo la reazione italiana è giusta. Il viaggio annullato da Tajani non è un capriccio, non è una prova di nervosismo, non è una sceneggiata diplomatica. È un segnale necessario. Le alleanze non sono rapporti di sudditanza. Il rispetto non è un accessorio cerimoniale, ma la sostanza stessa dei rapporti tra Stati. L’Italia non può essere trattata come un fazzoletto da agitare davanti alla folla e poi gettare via quando non serve più. Una nazione seria deve saper dire no, deve saper difendere la propria dignità, deve ricordare che la politica internazionale non è il prolungamento di un comizio permanente.
Ma il punto più importante, per me, è ancora più profondo. Questa storia conferma una convinzione che ho sempre avuto: l’Europa, con tutte le sue lentezze, le sue contraddizioni, le sue fatiche e i suoi compromessi estenuanti, resta politicamente e civilmente superiore a questa concezione brutale e narcisistica del potere. Noi siamo meglio quando crediamo nelle istituzioni. Siamo meglio quando difendiamo le forme, perché le forme non sono ipocrisia ma civiltà. Siamo meglio quando pensiamo che il linguaggio pubblico abbia un limite, che il rispetto tra Stati sia una cosa seria, che la forza non coincida con la volgarità e che la leadership non sia un delirio personale recitato davanti alle telecamere.
L’Europa deve smettere di vergognarsi della propria complessità. Certo, deve decidere di più, deve essere più rapida, più politica, più capace di stare nel mondo senza dipendere sempre dagli umori degli altri. Ma proprio questa vicenda dimostra che la nostra cultura istituzionale, la nostra idea del potere temperato dalla legge, la nostra abitudine a distinguere tra propaganda e responsabilità sono un patrimonio enorme. Non dobbiamo diventare più rozzi per sembrare più forti. Dobbiamo diventare più forti restando più civili. Perché la civiltà politica europea non è debolezza: è una forma più alta della forza.
L’Europa ritrovi la forza della civiltà
La destra che piace a me non applaude il bullismo travestito da decisionismo. Non confonde la sguaiatezza con il coraggio, la prepotenza con l’autorità, la battuta offensiva con la capacità di comando. Una destra seria difende la nazione senza trasformarla in folklore rabbioso. Difende l’interesse nazionale senza inginocchiarsi davanti al primo potente che alza la voce. Difende l’Occidente non come caricatura muscolare, ma come civiltà politica, come equilibrio, come responsabilità, come senso del limite. Per questo Trump non è un modello: è esattamente ciò da cui una destra europea, nazionale, seria e istituzionale dovrebbe prendere le distanze.
Oggi difendere Meloni significa difendere l’Italia. Difendere l’Italia significa difendere il buon nome dell’Europa. E difendere l’Europa significa dire, con fermezza e senza complessi, che esiste un modo più alto, più adulto e più civile di stare nel mondo. Un modo che non ha bisogno di insultare per sentirsi forte. Un modo che non trasforma ogni rapporto in dominio e ogni alleanza in ricatto. Un modo che conosce il valore della dignità, della misura, della parola data e del rispetto istituzionale. Questa è la politica che va difesa. Tutto il resto, francamente, fa schifo.
Ecco perché questa vicenda non è marginale. Non è una polemica di giornata. È una fotografia politica. Da una parte c’è il potere che si compiace di se stesso, che urla, offende, riduce tutto a spettacolo e pretende di chiamare forza il proprio degrado. Dall’altra parte deve esserci un’Europa capace finalmente di riconoscere la propria superiorità civile e di tradurla in forza politica. Perché sì, noi siamo meglio. Ma essere meglio non basta, se poi non troviamo il coraggio di comportarci da potenza.


