
Le indagini sul caso di presunto avvelenamento da ricina a Pietracatella, in provincia di Campobasso, si arricchiscono di nuovi accertamenti scientifici che coinvolgono i familiari sopravvissuti. Gli investigatori stanno infatti cercando di chiarire se Gianni Di Vita e la figlia Alice possano aver sviluppato anticorpi contro la sostanza tossica, elemento che potrebbe modificare in modo significativo la ricostruzione degli eventi. Nonostante nei loro organismi non siano state rilevate tracce del veleno, gli esperti sottolineano che questo dato non esclude un’eventuale esposizione precedente. L’attenzione resta alta su un caso che ha già visto la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, avvenute tra il 27 e il 28 dicembre.
Accertamenti sugli anticorpi
Gli approfondimenti disposti dagli inquirenti puntano ora a verificare la possibile presenza di anticorpi contro la ricina nei soggetti che hanno condiviso la stessa abitazione con le vittime. Secondo quanto emerso dalle analisi, l’assenza della tossina nei campioni biologici di Gianni Di Vita e della figlia Alice non sarebbe sufficiente a escludere un contatto pregresso con la sostanza. Gli specialisti stanno quindi valutando un quadro più ampio, che includa anche l’ipotesi di un’esposizione ripetuta o non immediatamente rilevabile. La finestra temporale individuata dagli investigatori colloca un possibile episodio critico nel 23 dicembre, quando Alice non si trovava in casa durante i pasti, elemento ritenuto rilevante nella ricostruzione dei movimenti familiari.
Un ruolo centrale nell’analisi è affidato anche alla conservazione dei campioni biologici prelevati, in particolare quelli relativi a Gianni Di Vita, che sarebbero stati esaminati a distanza di mesi e in condizioni non ottimali per la stabilità della tossina. Questo elemento, secondo gli esperti, potrebbe aver inciso sulla possibilità di individuare tracce utili. L’obiettivo delle nuove verifiche è dunque quello di chiarire se il quadro clinico e tossicologico possa essere compatibile con un’esposizione alla sostanza anche in assenza di rilevamenti diretti. Il lavoro degli inquirenti si concentra quindi sull’incrocio tra dati sanitari, analisi ambientali e ricostruzioni temporali.
Nuovo sopralluogo nell’abitazione
Parallelamente agli accertamenti biologici, è stato disposto un nuovo sopralluogo nell’abitazione della famiglia Di Vita a Pietracatella, in provincia di Campobasso, con l’obiettivo di individuare eventuali fonti di contaminazione legate alla ricina. Le attività investigative, in questa fase, non si limiteranno più soltanto agli alimenti presenti in casa, già analizzati nelle prime fasi dell’inchiesta, ma si estenderanno anche a oggetti e contenitori che potrebbero aver avuto un ruolo nella diffusione della sostanza tossica. Gli inquirenti stanno quindi ampliando il raggio delle verifiche, cercando elementi materiali utili a chiarire la dinamica dell’avvelenamento.
Il caso ha attirato anche l’attenzione di esperti internazionali, con l’arrivo previsto di specialisti del Robert Koch Institute di Berlino a supporto delle analisi italiane. Le nuove perizie sono state prorogate per consentire un approfondimento più accurato delle evidenze raccolte, mentre resta centrale la ricostruzione delle ultime giornate trascorse all’interno dell’abitazione. L’intera vicenda rimane ancora avvolta da numerosi interrogativi, con gli investigatori impegnati a definire se si sia trattato di un singolo episodio o di una esposizione più complessa e prolungata alla sostanza.


