
Ci sono momenti nella vita di un partito in cui il giudizio più severo non arriva dagli avversari, ma da chi quel partito lo ha creato. È quanto accaduto con il lungo intervento pubblicato da Beppe Grillo sul suo blog, un testo che va ben oltre la polemica contingente e assume il valore di una vera e propria resa dei conti politica e culturale con il Movimento 5 Stelle.
Non è il primo affondo del fondatore contro il M5S guidato da Giuseppe Conte, ma probabilmente è uno dei più duri. Perché questa volta Grillo non si limita ad accusare i vertici di aver sbagliato una strategia o una scelta politica: sostiene che il Movimento abbia smarrito la propria anima, abbia perso quella “diversità” che ne aveva fatto un fenomeno politico senza precedenti nella storia repubblicana.
Dal Vaffa Day ai palazzi del potere
L’immagine utilizzata da Grillo è tanto semplice quanto efficace: «si sono montati la testa senza leggere le istruzioni». È una frase che fotografa, secondo il fondatore, il destino di molti movimenti nati per rompere gli schemi e finiti invece per adattarsi perfettamente alle logiche del potere.
La critica è radicale. Il Movimento, scrive Grillo, era nato per rappresentare un sentimento popolare di sfiducia verso un sistema politico ed economico percepito come incapace di dare risposte ai cittadini. Quel patrimonio ideale si sarebbe progressivamente dissolto, sostituito da una politica sempre più concentrata su se stessa.
È un’accusa che colpisce il cuore dell’identità pentastellata. Per anni il M5S ha costruito il proprio consenso presentandosi come l’alternativa ai partiti tradizionali. Oggi, osserva Grillo, sarebbe diventato uno di quei partiti che aveva promesso di combattere.
Il paradosso del Movimento che parla di sé stesso
Forse il passaggio più significativo del suo intervento è quello in cui afferma che il Movimento «ha cominciato a occuparsi di se stesso». È una critica che va oltre i nomi e le leadership.
Per Grillo il problema non è soltanto chi guida oggi il M5S, ma il fatto che le grandi battaglie delle origini – dal reddito di cittadinanza alla democrazia diretta, dal limite dei due mandati alla partecipazione dei cittadini – siano diventate, nelle sue parole, slogan da convegno, principi evocati più che praticati.
È un giudizio pesantissimo, perché arriva proprio da chi quelle idee le aveva trasformate nel manifesto politico di un’intera generazione di elettori.
Un messaggio che guarda oltre Conte
Sarebbe però riduttivo leggere il testo come un semplice attacco a Giuseppe Conte. Il bersaglio è più ampio. Grillo torna infatti sui temi che lo accompagnano da anni: l’intelligenza artificiale, il reddito universale, il controllo dei dati personali, la democrazia digitale, il rapporto tra tecnologia e politica. È quasi un tentativo di riportare il dibattito sulle questioni che, a suo giudizio, definiranno il futuro dell’Occidente.
Da questo punto di vista il post appare anche come una critica all’intero sistema politico italiano, accusato di vivere esclusivamente nel presente, inseguendo i sondaggi e le emergenze quotidiane senza elaborare una visione di lungo periodo.
Il fondatore resta senza eredi
C’è però un elemento politico che emerge con forza da questa vicenda. Per la prima volta appare evidente la distanza ormai quasi insanabile tra il fondatore e il partito che porta ancora il nome del Movimento da lui creato.
Negli ultimi anni il M5S ha scelto una strada diversa: più istituzionale, più orientata alla costruzione di alleanze e meno incline alla rottura radicale con il sistema. È stata una scelta che ha consentito al Movimento di sopravvivere dopo il boom elettorale del 2018, ma che ha inevitabilmente modificato la sua natura.
Grillo, invece, continua a ragionare come il fondatore di una forza antisistema. E questa differenza di impostazione rende sempre più difficile immaginare una reale ricomposizione.
Una frattura destinata a pesare
Il paradosso finale è forse il più amaro. Nel momento in cui il Movimento 5 Stelle cerca di consolidare il proprio ruolo nel panorama politico italiano, è proprio il suo fondatore a metterne in discussione la legittimità ideale.
Non è detto che questo cambi gli equilibri elettorali nel breve periodo. Il M5S di oggi ha una leadership, una struttura e un elettorato diversi rispetto a quelli delle origini. Ma il giudizio di Grillo pesa comunque come un macigno, perché arriva da chi può rivendicare la paternità di quella storia.
Quando è il padre a dichiarare che la propria creatura non gli somiglia più, il problema non è soltanto politico. È identitario. Ed è difficile immaginare una critica più severa di quella contenuta nell’ultimo intervento di Beppe Grillo: il Movimento, secondo il suo fondatore, non ha perso soltanto consenso. Ha perso la ragione stessa per cui era nato.


