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Conte, ecco a voi il più trumpiano degli italiani…

Pubblicato: 04/08/2026 09:22

Giuseppe Conte ha finalmente illustrato il suo piano per fermare la guerra in Ucraina. Un piano semplice, economico e alla portata di tutti: due telefonate. Prima chiamerebbe Volodymyr Zelensky per rassicurarlo. Poi, un attimo dopo, telefonerebbe a Vladimir Putin, l’aggressore, per dare una svolta negoziale al conflitto. Anni di guerra, eserciti mobilitati, città bombardate, centinaia di migliaia di morti e feriti, sanzioni internazionali, vertici della Nato, servizi segreti, diplomazie parallele. Poi arriva Conte, prende il telefono e dà una svolta. Possibile che nessuno ci avesse pensato prima?
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Il passaggio più notevole, tuttavia, non è neppure la telefonata a Putin. È quella a Zelensky. Conte vorrebbe infatti rassicurare il presidente ucraino, ma nel frattempo annuncia che il Movimento 5 stelle non voterà più il sostegno militare a Kiev. Il programma è dunque questo: prima si tolgono le armi all’aggredito, poi lo si chiama per tranquillizzarlo. Una specie di assistenza psicologica internazionale: niente munizioni, però una voce amica dall’Italia.

Secondo Conte, l’Ucraina sarebbe già sufficientemente armata. Potrebbe quindi continuare a ricevere solidarietà, aiuti economici, pacche sulle spalle e telefonate motivazionali. Quanto agli strumenti necessari a non farsi conquistare dalla Russia, dovrebbe arrangiarsi con quello che ha.

Una rassicurazione disarmante

Bisogna riconoscere che rassicurare Zelensky dopo avergli annunciato che non gli si daranno più armi richiede una certa abilità dialettica. Più o meno la conversazione potrebbe svolgersi così: «Presidente, lei è l’aggredito e noi siamo dalla sua parte. Tuttavia, quando si voterà per consentirle di continuare a difendersi, voteremo contro. Ma non si preoccupi: adesso telefono a Putin».

A quel punto entrerebbe in scena il Conte statista mondiale, il più trumpiano degli italiani. Non trumpiano per la politica estera, naturalmente, né per la forza economica o militare. Trampiano per la convinzione che basti una chiamata personale tra uomini dotati di una particolare aura per sbloccare i conflitti della storia.

Con una differenza non proprio trascurabile. Donald Trump è il presidente degli Stati Uniti d’America. Quando telefona a Mosca, dietro di lui non ci sono soltanto un cellulare e una certa opinione di sé: ci sono la potenza militare americana, il peso economico, le alleanze, le sanzioni, i servizi segreti e la capacità di cambiare concretamente i rapporti di forza.

Questo non significa che Trump abbia necessariamente ragione, che le sue telefonate funzionino o che Putin si lasci convincere. Significa semplicemente che il presidente americano dispone di leve reali. Può promettere, minacciare, negoziare, aumentare o ridurre il sostegno militare, intervenire sulle sanzioni, condizionare gli alleati. La sua voce è accompagnata dal potere dello Stato che rappresenta.

Conte, invece, telefonerebbe a Putin dopo aver già annunciato la rinuncia a una delle poche leve concrete disponibili: il sostegno militare all’Ucraina. Non sarebbe una trattativa muscolare. Sarebbe quasi una telefonata di cortesia, con la preghiera di imprimere gentilmente una svolta negoziale appena possibile.

Il problema non è parlare con Putin. Con il nemico si parla, soprattutto quando si vuole fermare una guerra. Il problema è pensare che parlare sia già una politica. La diplomazia non è una seduta di autocoscienza, né un esercizio di persuasione tra persone ragionevoli. Funziona quando sul tavolo esistono interessi, garanzie, costi, deterrenza e rapporti di forza. Altrimenti non è diplomazia: è conversazione.

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Il trumpismo senza l’America

Conte vorrebbe inoltre affidare alle primarie del centrosinistra la decisione sul sostegno militare all’Ucraina. Anche questo è notevole: la politica estera di una futura coalizione non verrebbe definita prima, attraverso un accordo tra partiti e una valutazione strategica, ma sarebbe sostanzialmente affidata al risultato della competizione per la leadership.

Prima si elegge il capo, poi si scopre la collocazione internazionale dell’Italia. Una specie di televoto geopolitico.

È questo il vero contismo trampiano: la trasformazione di ogni questione complessa in una prova di leadership personale. Non servono una linea europea, una strategia occidentale, garanzie credibili per Kiev o strumenti di pressione sulla Russia. Serve l’uomo giusto che prende in mano il telefono. Zelensky viene rassicurato, Putin viene chiamato all’ordine e la storia, impressionata dalla voce dell’ex avvocato del popolo, finalmente cambia direzione.

Almeno Trump, quando interpreta il ruolo dell’uomo solo al comando capace di sistemare il mondo con una telefonata, può contare sulla Casa Bianca. Conte dispone per ora della sede del Movimento 5 stelle e di una discreta familiarità con le telecamere.

Il risultato è il trumpismo senza l’America, la diplomazia muscolare senza muscoli, il decisionismo senza decisioni. Una politica estera costruita sul presupposto che Putin, dopo anni di guerra, possa improvvisamente fermarsi, riflettere e dire ai suoi collaboratori: «Aspettate, mi sta chiamando Giuseppe Conte». E magari la svolta arriverebbe davvero. Ma soltanto perché al Cremlino, per qualche minuto, non riuscirebbero più a smettere di ridere.

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