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Caso Ranucci, Travaglio attacca sul caso Falcone: la sorella Maria insorge

Pubblicato: 17/08/2026 17:43

È scontro sul nome di Giovanni Falcone dopo le parole di Marco Travaglio nella rubrica Ma mi faccia il piacere del Fatto Quotidiano. Il direttore del giornale, commentando un articolo del Foglio sulle dichiarazioni di Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala relative a una presunta cena di Falcone con Lavitola, ha scritto: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti».

Una frase che ha provocato la dura reazione di Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso nella strage di Capaci. La vicenda si inserisce nel dibattito nato nei giorni scorsi anche dalle parole di Sigfrido Ranucci, che in un post aveva citato Falcone e Borsellino ricostruendo un presunto filo tra le vicende di Aldo Moro, Piersanti Mattarella e la lotta alla mafia.

Maria Falcone: «Mio fratello lavorava per lo Stato»

«È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti», ha scritto Maria Falcone sui social, contestando direttamente la ricostruzione di Travaglio.

La sorella del giudice ha ricordato l’incarico assunto da Falcone nel 1991 come direttore generale degli Affari penali al ministero della Giustizia. «Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano», ha sottolineato.

Secondo Maria Falcone, il trasferimento da Palermo non rappresentò un avvicinamento alla politica, ma fu la conseguenza dell’isolamento e delle difficoltà incontrate dal magistrato nella sua città. «Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato», ha scritto, sostenendo che a contribuire a quella situazione furono «una certa politica», parte del giornalismo e anche alcuni esponenti della magistratura.

«Portò la lotta alla mafia nel cuore dello Stato»

Maria Falcone ha difeso il lavoro svolto dal fratello durante il periodo trascorso al ministero, sostenendo che Falcone non avesse abbandonato la lotta contro Cosa nostra, ma l’avesse portata all’interno delle istituzioni.

In quel periodo, secondo la ricostruzione della sorella, il magistrato contribuì alla costruzione di una nuova architettura dell’antimafia italiana, con la Direzione nazionale antimafia, le Direzioni distrettuali antimafia, la Direzione investigativa antimafia, un maggiore coordinamento delle indagini e il rafforzamento degli strumenti legislativi contro la criminalità organizzata e della collaborazione con la giustizia.

«Giovanni non apparteneva a un Governo. Non apparteneva a un partito. Non apparteneva a una parte politica», ha scritto Maria Falcone. «Giovanni Falcone apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani».

La sorella del magistrato ha quindi contestato l’utilizzo del nome di Falcone all’interno di una polemica politica, 34 anni dopo la strage di Capaci. Nel suo intervento ha ricordato anche Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli uomini delle scorte, concludendo: «Se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa».

Le reazioni politiche

Le parole di Maria Falcone hanno provocato ulteriori reazioni. Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, ha accusato Travaglio di aver insultato la memoria di Falcone e gli ha chiesto di «chiedere scusa immediatamente».

Durissimo anche Raoul Russo, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Antimafia, secondo cui Travaglio avrebbe oltrepassato «ogni limite di tolleranza». Il senatore ha chiesto al giornalista di tenere conto delle parole di Maria Falcone e di rivolgere le proprie scuse alla famiglia del magistrato e ai familiari delle vittime di mafia.

Critico anche Stefano Esposito, ex senatore del Partito democratico, che sui social ha accusato Travaglio di aver «infangato e insultato» la storia e la memoria di Falcone nel tentativo di difendere Ranucci.

Il caso resta così al centro di uno scontro che intreccia giornalismo, politica e memoria delle vittime della lotta alla mafia.

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