
Droni, cyberattacchi, sabotaggi, campagne di disinformazione, interferenze politiche e operazioni condotte attraverso soggetti difficili da collegare direttamente a uno Stato. La guerra ibrida si combatte in una zona grigia nella quale il confine tra pace e conflitto diventa sempre più difficile da individuare. L’obiettivo è colpire e destabilizzare un avversario evitando, almeno formalmente, di superare quella soglia che potrebbe provocare una risposta militare.
Il caso del drone esplosivo all’aeroporto di Lipsia/Halle, avvenuto il 4 agosto e attribuito dal governo tedesco alla Russia, ha riportato il tema al centro del confronto europeo. Se quell’azione avesse provocato vittime, la Nato avrebbe potuto considerarla un attacco tale da giustificare il ricorso alla difesa collettiva? E cosa deve accadere perché un’azione ibrida faccia scattare l’Articolo 5 del Trattato Nordatlantico?
La risposta non dipende soltanto dal tipo di arma utilizzata. Contano soprattutto gravità dell’attacco, conseguenze, attribuzione della responsabilità e decisione politica degli alleati.
Che cos’è la guerra ibrida
Con l’espressione guerra ibrida si indica una strategia che combina strumenti militari e non militari, operazioni aperte e attività clandestine. Possono rientrarvi cyberattacchi contro infrastrutture pubbliche o private, sabotaggi, propaganda, disinformazione, pressioni economiche, interferenze nei processi democratici, operazioni di intelligence e utilizzo di droni.
La caratteristica fondamentale è proprio l’ambiguità. Chi conduce queste operazioni cerca spesso di rendere difficile dimostrare la propria responsabilità diretta, utilizzando intermediari, gruppi non ufficiali, infrastrutture civili o soggetti reclutati per singole missioni.
In questo modo diventa più complicato per il Paese colpito stabilire non soltanto chi abbia organizzato l’azione, ma anche quale risposta sia proporzionata.
L’obiettivo può essere quello di individuare le vulnerabilità dell’avversario, raccogliere informazioni, verificare i tempi di reazione delle autorità, creare insicurezza nell’opinione pubblica oppure logorare progressivamente istituzioni e società senza arrivare a una guerra convenzionale.
Quando può scattare l’Articolo 5 della Nato
Il punto decisivo riguarda l’Articolo 5 del Trattato Nordatlantico, secondo il quale un attacco armato contro uno degli Stati membri viene considerato un attacco contro tutti.
Il trattato fu firmato nel 1949, quando il riferimento principale era naturalmente un’aggressione militare tradizionale. La Nato ha però progressivamente adattato il concetto di attacco armato alle nuove minacce.
Oggi anche un grave cyberattacco o un’operazione ibrida particolarmente distruttiva potrebbero raggiungere la soglia dell’Articolo 5. Lo stesso vale per determinate azioni condotte nello spazio, ad esempio contro infrastrutture satellitari essenziali.
Non esiste però un automatismo. Ogni episodio viene valutato caso per caso dal Consiglio Nord Atlantico, nel quale le decisioni vengono adottate con il consenso degli alleati.
Articolo 5 non significa automaticamente guerra
Un altro punto fondamentale è che l’attivazione dell’Articolo 5 non equivale automaticamente a una dichiarazione di guerra.
Il trattato prevede che ciascun alleato assista il Paese attaccato adottando le misure che ritiene necessarie per ristabilire la sicurezza. Tra queste può esserci anche l’impiego della forza militare, ma non è l’unica possibilità.
La risposta potrebbe comprendere il rafforzamento delle difese, attività di intelligence, operazioni informatiche, misure economiche o diplomatiche, dispiegamenti militari a scopo deterrente e altre iniziative concordate all’interno dell’Alleanza.
L’Articolo 5, del resto, è stato formalmente invocato una sola volta nella storia della Nato, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti.
Cosa dovrebbe succedere per superare la soglia
Secondo Alessandro Marrone, esperto dell’Istituto Affari Internazionali, per arrivare a una discussione molto più concreta sulla risposta collettiva sarebbero determinanti elementi come una presenza militare ostile chiaramente identificabile e la presenza di vittime.
Non significa che siano condizioni giuridiche automatiche e indispensabili in ogni situazione. La Nato non stabilisce infatti un numero minimo di morti o una precisa quantità di danni oltre la quale entra necessariamente in funzione l’Articolo 5.
Contano invece la dimensione e gli effetti dell’attacco. Un’operazione informatica capace, ad esempio, di mettere fuori uso infrastrutture essenziali e provocare conseguenze paragonabili a quelle di un bombardamento potrebbe teoricamente essere considerata un attacco armato anche senza l’utilizzo di armi tradizionali.
Allo stesso modo potrebbe essere valutata un’azione contro satelliti dalla quale derivassero conseguenze particolarmente gravi per comunicazioni, trasporti, forze armate o sistemi finanziari.
Quanto si è andati vicini con il caso di Lipsia
È in questo quadro che assume particolare importanza il caso di Lipsia. Secondo Berlino, il tentato attacco con un drone contenente esplosivo sarebbe stato organizzato per conto della Russia. Mosca respinge l’accusa.
L’assenza di vittime e il fallimento dell’azione hanno mantenuto l’episodio al di sotto della soglia che avrebbe potuto aprire una discussione molto più delicata all’interno dell’Alleanza.
Se il drone avesse provocato morti e se fosse stata dimostrata in maniera sufficientemente solida una responsabilità dello Stato russo, la situazione sarebbe stata inevitabilmente diversa. Il Consiglio Nord Atlantico avrebbe potuto essere chiamato a valutare formalmente la gravità dell’attacco e le possibili risposte.
Anche in quel caso, tuttavia, l’ingresso automatico della Nato in guerra con la Russia non sarebbe stato una conseguenza inevitabile.
La differenza tra Articolo 4 e Articolo 5
Prima dell’Articolo 5 esiste inoltre un altro strumento previsto dal Trattato: l’Articolo 4. Uno Stato membro può chiedere consultazioni con gli altri alleati quando ritiene minacciate la propria integrità territoriale, indipendenza politica o sicurezza. È quindi uno strumento di confronto e coordinamento che non presuppone l’esistenza di un attacco armato.
È accaduto, per esempio, dopo le violazioni dello spazio aereo polacco da parte di droni russi, che hanno portato alla convocazione del Consiglio Nord Atlantico e al rafforzamento delle misure di difesa sul fianco orientale.
La differenza è sostanziale: l’Articolo 4 apre una consultazione tra gli alleati, mentre l’Articolo 5 riguarda il principio della difesa collettiva in caso di attacco armato.
I 144 episodi con droni nei cieli europei
Il problema non riguarda soltanto Lipsia. Un rapporto dell’International Institute for Strategic Studies ha analizzato 144 episodi sospetti con droni registrati in diversi Paesi europei tra agosto 2024 e febbraio 2026.
Numerosi avvistamenti hanno interessato installazioni militari, aeroporti e infrastrutture strategiche, provocando in alcuni casi anche interruzioni del traffico aereo.
Secondo l’analisi dell’istituto, queste operazioni potrebbero essere servite a raccogliere informazioni, osservare strutture sensibili e verificare la capacità dei Paesi europei di individuare e contrastare velivoli senza pilota.
Il fenomeno ha inoltre mostrato uno dei principali problemi della difesa europea: contrastare piccoli droni può essere tecnicamente complesso, soprattutto nelle aree civili, dove abbattere un velivolo o utilizzare sistemi di disturbo elettronico può produrre ulteriori rischi.
Navi ombra, sabotaggi e infrastrutture sottomarine
La guerra ibrida non passa soltanto dai cieli. Un altro terreno considerato particolarmente vulnerabile è il Mar Baltico e il Mare del Nord, attraversati da gasdotti, oleodotti, cavi elettrici e collegamenti Internet sottomarini fondamentali per l’Europa.
Secondo Marrone, anche le cosiddette flotte ombra possono costituire uno strumento utile alle operazioni ibride. Si tratta di navi formalmente civili e spesso caratterizzate da strutture proprietarie difficili da ricostruire, utilizzate anche per aggirare le sanzioni sul petrolio russo.
La difficoltà, anche in questo caso, riguarda l’attribuzione. Un incidente provocato da una nave commerciale contro un’infrastruttura sottomarina può inizialmente apparire come un evento accidentale, rendendo molto più difficile dimostrare l’esistenza di un’operazione deliberata.
Cyberattacchi e disinformazione, la guerra che non si vede
Il fronte probabilmente più continuo resta quello informatico. Attacchi contro amministrazioni pubbliche, aziende, infrastrutture e sistemi digitali avvengono quotidianamente, con livelli di gravità molto differenti.
A questi si aggiunge il terreno della disinformazione, attraverso campagne progettate per accentuare divisioni politiche e sociali, diffondere informazioni false e ridurre la fiducia nelle istituzioni.
È proprio questa continuità a rendere la guerra ibrida particolarmente difficile da contrastare. Non esiste necessariamente un singolo episodio che segni l’inizio delle ostilità: può esserci invece una successione di operazioni apparentemente separate, ciascuna mantenuta sotto la soglia che giustificherebbe una risposta militare.
La strategia della Nato: evitare l’escalation senza mostrarsi vulnerabile
Per la Nato la questione centrale diventa quindi trovare un equilibrio tra due esigenze: reagire abbastanza da rendere inefficaci e costose le operazioni ibride, senza innescare un’escalation militare incontrollata.
La strategia passa dal rafforzamento delle difese informatiche e antidrone, dalla protezione delle infrastrutture critiche, dalla condivisione delle informazioni di intelligence e dalla capacità di attribuire più rapidamente la responsabilità degli attacchi.
Il confine tra guerra ibrida e conflitto aperto resta volutamente privo di una soglia matematica. Stabilire in anticipo esattamente quale azione provocherebbe una risposta militare permetterebbe infatti all’avversario di spingersi fino a quel limite senza oltrepassarlo.
È proprio in questa zona grigia che si gioca una delle principali sfide della sicurezza europea: impedire che sabotaggi, droni e cyberattacchi diventino una normalità permanente, ma allo stesso tempo evitare che un singolo incidente possa trasformarsi nel punto di partenza di uno scontro diretto tra Russia e Nato.


