Vai al contenuto

Crisi economica, l’annuncio della Bce scatena rabbia e polemica: la decisione proprio ora

Pubblicato: 10/09/2026 14:30

La Bce alza ancora i tassi di interesse e porta il costo del denaro nell’Eurozona a un nuovo livello. Nella riunione di oggi la Banca centrale europea ha deciso un incremento di 25 punti base, facendo salire il tasso sui depositi dal 2,25% al 2,50%. È il secondo rialzo dall’inizio dell’anno, una mossa ampiamente attesa dai mercati ma che arriva in un momento particolarmente delicato per l’economia europea.

La decisione, infatti, si inserisce in uno scenario nel quale l’inflazione nell’Eurozona ha superato nuovamente il 3%, allontanandosi dall’obiettivo del 2% fissato dalla banca centrale. A pesare sono soprattutto le conseguenze del conflitto in Medio Oriente, che continuano a esercitare pressioni sui prezzi. Nel comunicato che accompagna la decisione, la Bce avverte che l’inflazione potrebbe rimanere «ben al di sopra dell’obiettivo per un periodo prolungato».

Il vero elemento di incertezza, però, è adesso rappresentato dall’energia. Il petrolio è tornato sopra i 100 dollari al barile, mentre il gas europeo ha raggiunto livelli che non si vedevano dalla fine del 2022, con un incremento del 125% rispetto alla media del 2025. Per un’Europa fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, il rischio è che lo shock si trasferisca progressivamente dai costi dell’energia a quelli di trasporti, produzione, beni e servizi.

A preoccupare è soprattutto l’avvicinarsi dell’inverno. Con le riserve di gas naturale vicine ai minimi stagionali per questo periodo dell’anno, il mercato resta particolarmente esposto a eventuali nuove fiammate dei prezzi. «Più a lungo i prezzi dell’energia rimarranno elevati, maggiori saranno i rischi di effetti secondari», osservano da Columbia Threadneedle Investments. Per la Bce significa dover trovare un equilibrio sempre più difficile tra lotta all’inflazione e sostegno a un’economia già sotto pressione.

Anche le nuove proiezioni economiche della Bce rischiano peraltro di fotografare uno scenario già superato dagli eventi. Come osserva Gabriel Debach, market analyst di eToro, la data limite utilizzata per incorporare i dati nelle previsioni era il 18 agosto. Da allora il Brent è aumentato di circa il 10%, mentre il gas Ttf è salito di circa il 20%. Le stime pubblicate oggi, dunque, non tengono pienamente conto dell’ultima accelerazione dello shock energetico.

Da qui nasce la grande domanda sui prossimi tassi: quanto peso attribuirà il consiglio direttivo guidato da Christine Lagarde all’energia nelle proprie decisioni? È un interrogativo cruciale soprattutto per l’Europa, dove il rincaro energetico può avere effetti più pesanti rispetto agli Stati Uniti. Se l’inflazione dovesse continuare a risalire, la Bce potrebbe essere costretta a mantenere una politica monetaria più restrittiva più a lungo di quanto previsto.

A pagare direttamente il conto sono intanto le famiglie con un mutuo a tasso variabile. In Italia il finanziamento più richiesto per l’acquisto della casa si colloca generalmente tra 125mila e 150mila euro, con una durata di 25 anni. Un aumento dello 0,25% dei tassi può tradursi, secondo le stime riportate, in circa 15 euro in più al mese per un mutuo da 125mila euro e fino a 25 euro per uno da 150mila. L’aggravio annuale può quindi arrivare a 300 euro per famiglia.

Il problema riguarda una platea tutt’altro che marginale. Secondo Antonio Tanza, presidente di Adusbef, il mercato dei mutui a tasso variabile in Italia vale circa 150 miliardi di euro e coinvolge oltre un milione di famiglie. Il nuovo rialzo del costo del denaro si aggiunge così agli altri effetti della crisi internazionale, comprimendo reddito disponibile, capacità di spesa e consumi. Un meccanismo che rischia di pesare anche sulla domanda interna.

E a subire gli effetti della stretta monetaria sono anche le micro e piccole imprese. Secondo Confesercenti, se l’intero rialzo dello 0,25% venisse trasferito dalle banche ai finanziamenti, sui circa 93 miliardi di euro di credito attualmente in essere per le attività con meno di 20 dipendenti l’onere aggiuntivo arriverebbe a circa 460 milioni di euro l’anno. Il dato assume ancora più rilievo considerando che dal gennaio 2019 al giugno 2026 lo stock di credito alle piccole imprese è già diminuito di 28 miliardi, pari a un calo del 23,4%. La nuova stretta della Bce arriva dunque su un sistema produttivo che ha già meno credito a disposizione e che ora deve fare i conti anche con energia, inflazione e costo del denaro.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure