
Il duro attacco sferrato da Michele Santoro ai danni di Sigfrido Ranucci ha infiammato la prima serata di Rai3. Ospite del programma Lo Stato delle Cose condotto da Massimo Giletti, lo storico giornalista non ha usato mezzi termini nel criticare il collega sul controverso caso legato all’imprenditore Valter Lavitola. Secondo Santoro, il nodo centrale risiede nel mancato distacco pubblico dopo le rivelazioni giudiziarie: «Il punto è che dopo che è emerso che Lavitola era reo confesso dell’attentato, Ranucci non ha preso le distanze da Lavitola. Questa cosa è imperdonabile, imperdonabile».
Nel corso del suo intervento, Santoro ha scandito con nettezza il confine tra rapporti personali e principi deontologici, sottolineando come certi reati debbano necessariamente spezzare qualsiasi legame d’affetto. «Perché andare a mangiare nel ristorante di Lavitola non è una colpa, essere amico di qualcuno che è stato punito per qualche reato non è una colpa. Ma non ci può essere un’amicizia a prova di bomba», ha proseguito dal palco tv, affondando poi il colpo: «Non ci può essere un’amicizia che supera il fatto che tu hai fatto una roba che fa la mafia, che fa la camorra. Io, se anche io e te siamo amici e tu mi fai un attentato di questo tipo, io ti mando affanc…, chiaro? Senza mezzi termini».

Sul fronte opposto, la battaglia legale sulla conduzione di Report entra ufficialmente nel vivo delle aule giudiziarie. Il team legale dell’ormai ex conduttore ha depositato questa mattina un ricorso urgente presso il Tribunale del Lavoro di Roma per impugnare la sua rimozione dal timone della storica trasmissione d’inchiesta. L’atto porta la firma dei professori Franco Focareta e Franco Scarpelli insieme all’avvocato Stefano Rossi, tutti attivi all’interno della squadra guidata penalisticamente dal celebre studio dell’avvocato Roberto De Vita.
A margine dell’iniziativa legale, lo stesso Ranucci ha voluto rivendicare la correttezza del proprio operato richiamando l’eredità di uno dei suoi storici maestri del giornalismo d’inchiesta. Il conduttore ha infatti citato direttamente l’ex direttore di Rai News 24: «Il mio grande direttore Roberto Morrione, che mi ha insegnato a tenere la schiena dritta e ritenere completamente unico editore di riferimento il pubblico che paga il canone, diceva ‘Fai quel che devi, accada ciò che può’».
La frattura all’interno del servizio pubblico appare ormai insanabile, dividendo l’opinione pubblica tra chi sostiene la rigorosa linea garantista e chi ritiene inaccettabili certe contiguità personali. La decisione del giudice del lavoro sulla richiesta di reintegro alla guida del programma si preannuncia fondamentale per stabilire i futuri equilibri della Rai ed il destino di uno dei format d’approfondimento più seguiti del palinsesto.


