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Nato, Cavo Dragone: “Non siamo in guerra, ma neanche in pace. Pronti a difendere ogni centimetro”

Pubblicato: 22/09/2026 15:29

“Non siamo in guerra, ma non siamo nemmeno in una condizione che può essere definita pienamente di pace”. È il quadro tracciato dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, al termine della riunione che ha portato a Copenaghen i capi di Stato Maggiore della Difesa dei 32 Paesi dell’Alleanza. In un’intervista a Tgcom24, il più alto vertice militare della Nato affronta i principali fronti di tensione: la pressione russa sull’Europa, gli attacchi ibridi, il rischio di escalation, la capacità industriale occidentale, il Medio Oriente e il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nei conflitti.

Il messaggio è netto ma accompagnato dalla precisazione che l’Alleanza mantiene una postura difensiva. Secondo Cavo Dragone, negli ultimi mesi la Russia ha moltiplicato violazioni dello spazio aereo, incidenti con droni e attività ibride, operazioni che la Nato interpreta come tentativi di mettere alla prova la determinazione degli alleati restando al di sotto della soglia di un conflitto aperto. La risposta, sostiene l’ammiraglio, è stata “difensiva, proporzionale e visibile”, con un principio che resta fermo: la Nato è pronta a difendere l’intero territorio dell’Alleanza.

“Mosca prova a saggiare la determinazione degli alleati”

Cavo Dragone descrive una situazione nella quale non si è verificato un attacco contro un Paese Nato tale da far entrare in gioco la difesa collettiva prevista dall’Articolo 5, ma nella quale è difficile parlare di una normale condizione di pace. Le attività attribuite alla Russia vengono lette come una pressione calibrata: abbastanza forte da creare instabilità e preoccupazione, ma costruita in modo da evitare, almeno fino a questo momento, una risposta militare diretta dell’Alleanza.

È proprio questa zona grigia a rappresentare una delle maggiori difficoltà per la Nato. Cyberattacchi, sabotaggi, disinformazione, violazioni dello spazio aereo e operazioni condotte attraverso strumenti non convenzionali possono produrre effetti rilevanti senza assumere la forma classica di un’aggressione militare. Per l’Alleanza, quindi, la capacità di individuare rapidamente responsabilità e intenzioni diventa decisiva quanto la disponibilità di uomini e armamenti.

Cavo Dragone: “La propaganda russa è la minaccia più pericolosa”

Alla domanda su quale sia oggi la minaccia che lo preoccupa maggiormente, l’ammiraglio non indica missili, droni o mezzi corazzati. Punta invece sulla propaganda e sulla capacità di interferire nei processi democratici occidentali, alimentando divisioni interne e mettendo in discussione la lettura stessa degli eventi.

Secondo Cavo Dragone, l’obiettivo di questa attività sarebbe quello di indebolire la coesione tra i Paesi alleati e modificare la percezione dell’opinione pubblica. Nell’intervista ribadisce inoltre la posizione della Nato sul conflitto ucraino: per l’Alleanza la Russia è l’aggressore e l’Ucraina il Paese aggredito, al quale continuerà a essere fornito sostegno.

Il tema della propaganda assume così un peso strategico paragonabile a quello degli strumenti militari tradizionali. Una società profondamente divisa o incapace di distinguere informazioni attendibili da campagne di manipolazione può infatti risultare più vulnerabile anche senza che venga sparato un solo colpo.

Articolo 5, nessun automatismo

Cavo Dragone chiarisce anche un punto spesso semplificato nel dibattito pubblico: l’Articolo 5 della Nato non determina automaticamente l’ingresso in guerra dell’intera Alleanza ogni volta che si verifica un incidente. La valutazione viene compiuta collegialmente dagli alleati sulla base della natura e della gravità dell’attacco.

Prima dell’Articolo 5 esistono inoltre altri strumenti. L’Articolo 4 consente a uno Stato membro di chiedere consultazioni quando ritiene minacciata la propria sicurezza, mentre l’Articolo 3 riguarda la capacità dei singoli Paesi di costruire una propria resilienza nazionale. Cavo Dragone indica come esempio Finlandia e Svezia, dove la preparazione alle crisi coinvolge non soltanto le forze armate ma l’intera società.

La sicurezza, nella visione illustrata dal presidente del Comitato militare, passa quindi anche dalla capacità delle infrastrutture, delle amministrazioni, delle aziende e dei cittadini di continuare a funzionare durante una grave emergenza.

“Se scattasse la difesa collettiva siamo pronti”

Sul punto più delicato, quello di un eventuale attacco capace di coinvolgere direttamente la Nato, Cavo Dragone afferma che l’Alleanza dispone già di piani e opzioni militari predisposte. Il problema principale, spiega, non sarebbe la velocità con cui pronunciare formalmente le parole “Articolo 5”, ma la capacità di attribuire rapidamente l’attacco, mettere in campo risposte già preparate e mantenere operative le infrastrutture.

Dalla riunione di Copenaghen è emerso che la Nato dispone di piani specifici per il fianco orientale destinati a coprire differenti scenari di escalation. Secondo l’ammiraglio, uomini, sistemi e armamenti sono pronti e le procedure sono state studiate per ridurre i tempi necessari a una decisione.

La deterrenza resta quindi il principio centrale: mostrare di avere strumenti e capacità di risposta sufficienti proprio per evitare che qualcuno decida di mettere alla prova militarmente l’Alleanza.

Medio Oriente e Houthi, il ruolo della Nato

Nell’intervista viene affrontata anche la crescente instabilità in Medio Oriente e nel Mar Rosso, dove gli attacchi degli Houthi continuano a minacciare le rotte commerciali ed energetiche. Cavo Dragone precisa che la Nato non è parte del conflitto e che Aspides resta un’operazione dell’Unione europea, sulla quale sono gli Stati membri dell’Ue a decidere eventuali rafforzamenti.

L’Alleanza può però offrire capacità di coordinamento. Il comando Nato SHAPE ha già riunito alcuni Paesi interessati per facilitare possibili contributi nazionali destinati a proteggere la libertà di navigazione, anche nell’area dello Stretto di Hormuz. Non si tratta, precisa Cavo Dragone, dell’avvio di una nuova missione Nato, ma di un’attività di coordinamento tra alleati.

Il punto strategico resta evidente: anche senza partecipare direttamente a un conflitto, la Nato considera la sicurezza delle grandi rotte energetiche un elemento che influenza direttamente la sicurezza economica dei propri membri.

Il problema dello “Schengen militare”

Un’altra vulnerabilità europea riguarda la possibilità di spostare rapidamente uomini, blindati e armamenti attraverso i confini interni dell’Alleanza. Autorizzazioni nazionali, procedure differenti e infrastrutture non sempre adeguate possono rallentare significativamente i movimenti militari.

Cavo Dragone ricorda che la materia coinvolge sia competenze europee sia prerogative nazionali. Servono procedure armonizzate, autorizzazioni più rapide e corridoi definiti in anticipo, ma il problema non è soltanto burocratico. Ponti incapaci di sostenere il peso dei mezzi militari o gallerie troppo strette non possono essere risolti modificando un regolamento.

Da qui il richiamo alla logistica e agli investimenti nelle infrastrutture, considerati elementi essenziali della deterrenza esattamente come carri armati, aerei e sistemi missilistici.

All’industria della difesa: “Non abbiamo bisogno di brochure”

Il messaggio più diretto dell’intervista riguarda l’industria militare. Dopo gli aumenti degli stanziamenti decisi dagli alleati, per Cavo Dragone il problema non è più soltanto quanto denaro viene promesso, ma quanto rapidamente quel denaro riesce a trasformarsi in capacità operative realmente disponibili.

Gli alleati europei e il Canada, ricorda, hanno aumentato in modo consistente gli investimenti, mentre una parte delle risorse è destinata ai sistemi senza equipaggio e ai droni. Il presidente del Comitato militare sottolinea però che i tempi industriali devono accorciarsi.

Il messaggio trasmesso dai capi di Stato Maggiore riuniti a Copenaghen è riassunto da Cavo Dragone con poche parole: bisogna accelerare le consegne, perché alle forze armate servono sistemi disponibili e non semplici presentazioni commerciali.

Intelligenza artificiale, la guerra diventa più veloce

Sul futuro dei conflitti pesa poi l’intelligenza artificiale, che può ridurre drasticamente l’intervallo tra l’individuazione di una minaccia e la necessità di prendere una decisione. È un’accelerazione che riguarda difese, analisi dei dati, capacità di riconoscimento e sistemi automatizzati.

Cavo Dragone non nasconde il problema, ma rifiuta una lettura allarmistica. Tutto ciò che può essere automatizzato potrà essere affidato in misura crescente all’intelligenza artificiale, sostiene, ma l’essere umano deve restare al centro del processo decisionale e conservarne la responsabilità.

Il vero elemento decisivo diventa allora il tempo. Più ancora della potenza assoluta di un avversario, conta la velocità con cui è in grado di agire e quella con cui la Nato riesce a riconoscere ciò che sta accadendo e a rispondere.

“Preoccupazione sì, panico no”

L’ammiraglio utilizza anche la propria esperienza di uomo di mare per spiegare l’approccio che ritiene necessario. Esiste, dice, una preoccupazione utile, quella che spinge a prepararsi e a dotarsi degli strumenti necessari, e una paura che invece paralizza.

A Copenaghen, racconta, ha visto i 32 capi di Stato Maggiore della Difesa della Nato schierati sulla stessa linea, consapevoli dei rischi e determinati a prepararsi. È questo, secondo il presidente del Comitato militare, l’elemento che dovrebbe rassicurare i cittadini.

Cavo Dragone lascerà il proprio incarico nell’estate del 2027 al generale tedesco Carsten Breuer, eletto dai vertici militari dell’Alleanza come suo successore. L’obiettivo, spiega nell’intervista, è consegnargli una Nato più preparata di quella ricevuta: un’Alleanza capace di adattarsi alle nuove minacce e con una componente europea più forte.

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