
Aleksandar Vucic si dimette da presidente della Serbia e prepara il ritorno alla guida del governo. Il leader serbo ha lasciato anticipatamente la presidenza per guidare il Partito Progressista Serbo (SNS) alle elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre, nelle quali punta apertamente alla carica di primo ministro. Il suo secondo mandato da capo dello Stato sarebbe scaduto nel maggio 2027, ma la Costituzione gli impedisce di concorrere per un terzo mandato.
Con la scelta di dimettersi, Vucic tenta quindi di trasferire il proprio peso politico dalla presidenza all’esecutivo, prolungando una stagione di potere che lo vede da anni al centro della vita politica serba. Le elezioni anticipate si annunciano così come un passaggio decisivo non soltanto per il futuro del governo, ma per l’intero equilibrio politico del Paese.
La crisi politica e la protesta degli studenti
Il voto arriva al termine di una lunga fase di tensione interna, segnata soprattutto dalle proteste studentesche nate dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, tragedia che provocò numerose vittime e divenne rapidamente il simbolo di una contestazione molto più ampia.
Dalle richieste di chiarire responsabilità e omissioni si è passati progressivamente a una mobilitazione contro la corruzione, il funzionamento delle istituzioni e il sistema di potere costruito intorno alla leadership di Vucic. Per mesi studenti e opposizioni hanno organizzato manifestazioni, cortei e blocchi, mettendo sotto pressione il governo e chiedendo elezioni anticipate.
La contestazione ha assunto così un carattere apertamente politico. Al centro dello scontro ci sono il rapporto tra potere esecutivo e istituzioni, l’indipendenza della magistratura, il ruolo dei media e la trasparenza dell’amministrazione pubblica. Vucic ha sempre respinto le accuse e ha presentato le elezioni come il terreno sul quale verificare il consenso reale nel Paese.
Serbia divisa tra Europa, Russia e Kosovo
Alla crisi interna si aggiunge una delicata posizione internazionale. La Serbia resta formalmente candidata all’ingresso nell’Unione europea, ma mantiene rapporti stretti con Russia e Cina, cercando da anni di conservare un equilibrio tra Bruxelles e i tradizionali alleati orientali.
Resta inoltre aperta la questione del Kosovo, uno dei temi più sensibili della politica serba e un nodo centrale nei rapporti con l’Unione europea e gli Stati Uniti. Anche su questo terreno Vucic ha costruito una parte importante della propria leadership, presentandosi come garante degli interessi nazionali serbi.
La scelta di lasciare la presidenza per tentare la conquista del governo assume quindi un significato che va oltre il semplice limite costituzionale ai mandati. Vucic cerca una nuova legittimazione politica e punta a dimostrare che, nonostante le proteste e la crescente opposizione, il suo blocco conserva ancora la maggioranza del Paese.
Il 25 ottobre la Serbia sarà dunque chiamata a decidere non soltanto la composizione del nuovo Parlamento, ma anche se affidare a Vucic un’altra fase di governo o aprire una stagione politica diversa.


