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Garlasco, il Dna di Chiara sulla bici passa da “evaporato” a “perfetto” in tre ore: cosa stanno verificando i pm

Pubblicato: 09/10/2026 16:04

Nuovi interrogativi emergono dalle analisi genetiche effettuate nel 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi, uno degli elementi che contribuirono al suo fermo pochi giorni dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Nel giro di circa tre ore, il 19 settembre di quell’anno, lo stesso campione sarebbe passato da un profilo definito parziale e non attribuibile a un risultato considerato perfettamente compatibile con il Dna della vittima.

È proprio su questo intervallo temporale che si stanno concentrando gli accertamenti della Procura di Pavia. I magistrati stanno ricostruendo il percorso seguito dai campioni e non escludono, come ipotesi investigativa ancora da dimostrare, che durante le operazioni di laboratorio possa essersi verificato uno scambio tra il campione prelevato dai pedali e quello ricavato da un cucchiaino utilizzato per ottenere il profilo genetico di Chiara.

Il primo risultato: un profilo parziale

Secondo quanto emerge dai verbali delle nuove indagini, alle 15.34 del 19 settembre 2007 il campione indicato con la sigla “bu_p” restituì un tracciato parziale, non sufficiente per un’attribuzione certa. Nei commenti associati al file sarebbe comparso anche il termine “evaporato”, utilizzato in riferimento a quel profilo.

Sentito dai pm, l’allora capitano del Ris Alberto Marino, che si occupava degli accertamenti biologici, ha spiegato che quel risultato necessitava di essere approfondito e migliorato attraverso una nuova amplificazione del materiale genetico.

Tre ore dopo il profilo di Chiara

La svolta arrivò alle 18.37 dello stesso giorno. Dopo una nuova lavorazione, il campione restituì un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi e descritto negli atti successivi come particolarmente nitido. È questo il risultato che sarebbe poi diventato uno degli elementi più importanti nella fase che portò al fermo di Stasi.

A richiamare l’attenzione dei magistrati è anche il fatto che il secondo caricamento non sarebbe stato effettuato dallo stesso Marino ma da un altro operatore, identificato nei file con la sigla “Port”. Marino, interrogato sul punto, ha spiegato di presumere che la nuova amplificazione fosse stata eseguita da lui e che il caricamento potesse essere stato effettuato dall’ex Ris Portera, ma ha ripetuto in più passaggi di non ricordare con precisione le operazioni svolte quasi vent’anni fa.

L’ipotesi dello scambio con il campione del cucchiaino

È in questa fase che gli inquirenti prendono in considerazione un possibile scambio di campionamento. Il confronto riguarda il Dna ottenuto da un cucchiaino utilizzato per ricostruire il profilo genetico di Chiara Poggi.

Secondo i pm, alcuni dati quantitativi associati ai due campioni presenterebbero elementi che meritano ulteriori verifiche. Durante l’interrogatorio, Marino stesso avrebbe posto la questione dell’eventuale presenza, quel giorno, di altri campioni riferibili a Chiara. Gli investigatori hanno quindi richiamato proprio il materiale proveniente dal cucchiaino.

Si tratta, è importante precisarlo, di una ipotesi investigativa e non di una conclusione già accertata. Le nuove indagini dovranno stabilire se le anomalie siano spiegabili attraverso le normali procedure di laboratorio o se sia effettivamente avvenuto un errore nella gestione dei campioni.

Il dubbio sulla scelta del cucchiaino

I magistrati si stanno interrogando anche sulla scelta di utilizzare il cucchiaino come riferimento genetico, considerando che era già disponibile un campione di sangue della vittima ricavato durante l’autopsia.

Il pm aggiunto Stefano Civardi ha osservato durante l’interrogatorio che un campione biologico proveniente direttamente dal corpo di Chiara avrebbe rappresentato un riferimento più immediato e meno esposto a dubbi rispetto a un oggetto che, almeno in teoria, avrebbe potuto essere utilizzato anche da altre persone.

Dagli atti risulta infatti che già il 4 settembre 2007 era stato acquisito un profilo genetico a partire dal materiale biologico raccolto durante l’autopsia.

Il giorno successivo arrivarono due risultati negativi

A rendere ancora più complesso il quadro ci sono le analisi del 20 settembre. Il giorno successivo al match positivo con il Dna di Chiara furono infatti eseguite due nuove corse elettroforetiche che diedero esito negativo.

Quelle due verifiche non sarebbero poi state inserite negli atti messi a disposizione delle parti. È uno degli aspetti sui quali la Procura sta cercando di fare chiarezza, anche per comprendere quale fosse il valore attribuito all’epoca ai diversi risultati e chi ne fosse stato informato.

Il contrasto è evidente: un primo tracciato parziale, poi un profilo attribuito in maniera netta a Chiara e, il giorno seguente, due analisi senza un risultato utile.

Chi venne informato del risultato positivo

Un altro passaggio riguarda la comunicazione del match alla Procura. Interrogato dai magistrati, Marino ha fatto riferimento a una relazione trasmessa alla pm dell’epoca Rosa Muscio, ma Civardi gli ha fatto notare che quel documento risaliva al 24 settembre, quindi cinque giorni dopo il risultato positivo.

Nel frattempo Stasi era stato fermato. Marino ha spiegato di ritenere di avere comunicato il dato positivo del 19 settembre all’allora comandante del Ris Luciano Garofano, ma non ha fornito ricordi precisi sulla catena delle comunicazioni.

Proprio la sequenza temporale è oggi uno dei punti centrali delle verifiche: capire quando il risultato venne considerato attendibile, a chi fu comunicato e perché le successive analisi negative non entrarono nel fascicolo.

Le nuove indagini tornano sulle prove del 2007

La Procura di Pavia sta quindi ricostruendo con grande dettaglio le procedure seguite quasi vent’anni fa, senza che questo significhi automaticamente che il profilo genetico attribuito a Chiara fosse falso o che vi sia stato uno scambio intenzionale.

L’obiettivo è capire se le anomalie emerse possano avere una spiegazione tecnica oppure se vi siano stati errori nella gestione dei campioni e nella trasmissione dei risultati. La nuova inchiesta sul delitto di Garlasco continua così a riportare l’attenzione non soltanto sui nuovi elementi raccolti, ma anche su alcuni passaggi decisivi delle indagini che portarono inizialmente al fermo e, anni dopo, alla condanna definitiva di Alberto Stasi.

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