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Banda minicar, il fratello del 16enne: “Cresciuto male, ha fatto un’infamità e deve pagare. In famiglia abbiamo lottato per educarlo”

Pubblicato: 16/10/2026 10:54

«Sei, sette mesi fa ci eravamo messi d’accordo tra famiglie, avevamo deciso che loro due non si sarebbero dovuti più incontrare perché insieme diventano esplosivi. Adesso che è successo tutto questo, è giusto che mio fratello paghi». Matteo, 26 anni, fratello maggiore del sedicenne coinvolto nella vicenda delle aggressioni avvenute a Roma nella notte tra il 4 e il 5 ottobre, affida a Repubblica la propria testimonianza. Le sue parole raccontano i tentativi della famiglia di tenere separati i due adolescenti e, allo stesso tempo, la convinzione che quanto accaduto debba avere conseguenze sul piano della giustizia.

La vicenda ha scosso la capitale per la gravità degli episodi contestati e per il coinvolgimento di due minorenni. Secondo la ricostruzione riportata, i ragazzi avrebbero aggredito sei persone nella zona di Monteverde, durante una serie di episodi che si sarebbero protratti per diverse ore. Tra le vittime c’è l’attore Davide Iacopini, ricoverato in terapia intensiva all’ospedale San Camillo. Le indagini hanno consentito di risalire ai due giovani anche grazie alla testimonianza del meccanico che aveva personalizzato la minicar con adesivi e luci a led, rendendola riconoscibile.
Leggi anche: Roma, parla la madre del ragazzo della minicar: «Mio figlio pagherà, ma non è un mostro»

Il fratello del sedicenne: «È giusto che paghi»

Matteo non cerca di giustificare il comportamento del fratello. Al contrario, sostiene che debba assumersi le proprie responsabilità e che il percorso giudiziario possa rappresentare anche un’occasione per comprendere la gravità delle proprie azioni.

«Ha sbagliato, ha fatto un infamità, è giusto che paghi. Solo pagando il conto con la giustizia può crescere», dichiara a Repubblica, riferendosi al sedicenne. Il fratello maggiore ricorda anche un precedente episodio che avrebbe coinvolto i due amici alcuni mesi prima: «Sei o sette mesi fa – ha detto Matteo alla testata romana – anche se non è un reato grave, avevano preso delle cose da una macchinetta».

Secondo il suo racconto, le famiglie erano già intervenute per cercare di interrompere una frequentazione considerata problematica. L’intesa raggiunta tra i genitori, tuttavia, non sarebbe bastata a impedire ai ragazzi di continuare a vedersi.

Matteo è un operaio, ha una moglie e un figlio e oggi conduce una vita che descrive come lontana dagli errori del passato. Anche lui, però, racconta di aver avuto problemi con la giustizia e di aver affrontato le conseguenze delle proprie azioni. Un’esperienza che, nelle sue parole, rafforza la convinzione che non esistano scorciatoie per assumersi le proprie responsabilità.

La minicar e la responsabilità dei due ragazzi

Nel racconto del ventiseienne emerge anche la questione del ruolo dei due adolescenti negli episodi contestati. Il sedicenne si trovava a bordo della minicar insieme all’amico diciassettenne, figlio di un carabiniere. Per Matteo, la responsabilità non dovrebbe ricadere esclusivamente sul fratello.

«L’altro ragazzo ha messa in moto la macchinetta? Allora la colpa è al cinquanta per cento», afferma, tornando sul coinvolgimento dell’altro giovane.

E aggiunge, rivolgendosi alla ricostruzione dei fatti: «L’altro ragazzo è figlio di un carabiniere? La minicar è la sua? L’ha messa in moto, giusto? Allora pure lui ha sbagliato. La colpa è al cinquanta per cento».

Si tratta della valutazione personale di Matteo, che chiede di considerare il comportamento di entrambi gli adolescenti. L’accertamento delle singole responsabilità resta comunque affidato agli organi competenti, sulla base delle prove e degli elementi raccolti nell’inchiesta.

Secondo quanto riferito, i due ragazzi avrebbero spiegato le proprie azioni con la volontà di divertirsi e combattere la noia, nel contesto dei festeggiamenti per il compleanno di uno di loro. Una motivazione che, se confermata nella ricostruzione investigativa, restituisce un quadro particolarmente preoccupante per la gravità delle condotte contestate e per le conseguenze sulle persone coinvolte.

La madre del sedicenne: «Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità»

Le dichiarazioni di Matteo arrivano dopo quelle della madre, che nei giorni precedenti aveva parlato pubblicamente del figlio e della vicenda. La donna aveva espresso vicinanza alla vittima, manifestando il desiderio di chiedere scusa alla famiglia dell’attore.

«Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non è un mostro. Vorrei parlare con la mamma di Davide Iacopini e chiederle scusa».

La madre aveva inoltre rivendicato l’impegno profuso nell’educazione dei figli, spiegando di aver cercato di trasmettere loro valori e di averli richiamati quando commettevano errori. Nel suo racconto, la difficoltà di conciliare il lavoro con la necessità di seguire i ragazzi si accompagna alla convinzione che la responsabilità educativa non possa essere letta soltanto attraverso le azioni dei figli.

«Il mio è un figlio della società di oggi, dei cellulari, dei social – ha raccontato la donna – Ho cresciuto lui e suo fratello affrontando difficoltà enormi, cercando di trasmettere loro dei valori. La mattina esco alle 5 per andare a lavorare ma sono stata presente, li ho ripresi, ho combattuto contro i loro errori, anche quando sarebbe stato più semplice voltarmi dall’altra parte».

La donna ha riconosciuto di non essere una madre perfetta, contestando però l’idea che ogni comportamento sbagliato di un figlio rappresenti automaticamente un fallimento della famiglia.

«Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo. Ma non accetto l’idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro».

L’assenza del padre e le difficoltà familiari

Il padre dei due fratelli è morto nel 2016. Un’assenza importante nella storia familiare, che Matteo non ritiene però sufficiente a spiegare le scelte del fratello minore. Il ventiseienne respinge l’idea che le difficoltà attraversate dalla famiglia possano essere considerate la causa diretta dei comportamenti contestati.

«Abbiamo avuto le nostre difficoltà, ma ci siamo ripresi. Anche io ho avuto un problema con la legge, ho pagato, mi sono ripreso».

Matteo sottolinea di aver costruito una propria stabilità attraverso il lavoro e la famiglia, rivendicando la possibilità di cambiare dopo aver commesso degli errori. Per quanto riguarda il fratello, la sua posizione rimane netta: riconosce gli sforzi compiuti dalla madre e dalla famiglia, ma ritiene che non siano riusciti a impedire una deriva che ora dovrà essere affrontata.

«Non è una questione famigliare. Mio fratello è cresciuto male, abbiamo fatto tutto quello che si poteva, Ma le battaglie contro i mulini a vento non puoi vincerle. Anche se sono suo fratello penso quello che pensano tutti, deve pagare e basta».

L’inchiesta sulle aggressioni a Monteverde

Mentre la famiglia del sedicenne prende posizione pubblicamente, resta aperta la ricostruzione giudiziaria degli episodi avvenuti a Monteverde, a Roma. Gli investigatori sono risaliti ai due adolescenti anche attraverso gli elementi relativi alla minicar, riconosciuta grazie alle caratteristiche estetiche che la distinguevano.

La gravità delle aggressioni contestate e le condizioni di Davide Iacopini mantengono alta l’attenzione sulla vicenda. Le dichiarazioni dei familiari contribuiscono a delineare il contesto personale dei due ragazzi, ma non sostituiscono gli accertamenti necessari a stabilire la dinamica dei fatti e le responsabilità individuali.

Il messaggio di Matteo, al di là delle considerazioni sulla famiglia e sul rapporto tra i due amici, rimane chiaro: il fratello deve rispondere delle proprie azioni. Una posizione che il ventiseienne ribadisce senza nascondere il legame familiare, distinguendo l’affetto per il fratello dalla necessità che la giustizia faccia il proprio corso.

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