
Una regola sola: nessuna regola. Nessun leader, nessun capo, nessuno schema, probabilmente nessuna ideologia né movente. Ma un solo obiettivo, dichiarato e urlato tra fumogeni e sampietrini: spaccare tutto. È successo ieri a Milano, nel cuore di piazza Duomo, dove la manifestazione nazionale “Italia in piazza” contro il carovita e il caro benzina si è trasformata in un pomeriggio di guerriglia urbana, devastazione e caccia allo sbirro.
Quasi la metà dei fermati è minorenne
Quasi la metà di quelli finiti in questura sono minorenni, non hanno gruppi di riferimento ma rabbia da sfogare e da riprendere e postare sui social. Tra le una sessantina di persone portate in Questura, arriveranno arresti, denunce e provvedimenti del questore, quasi la metà era minorenne. “Facce da bambini, davvero”, la frase che come un triste mantra viene ripetuta nei corridoi di via Fatebenefratelli.
La manifestazione era stata preavvisata da un ragazzino di diciassette anni, accompagnato dalla madre, a cui la piazza è poi scappata di mano. E a strappargliela sono stati giovanotti come lui.
Cestini rovesciati, vetrine devastate e assalto alle forze dell’ordine
Simboli da assaltare per poi rivendicare blitz e raid violenti sui social, TikTok su tutti: la vetrina preferita degli improvvisati “rivoluzionari” che hanno messo a ferro e fuoco il centro. Tra cestini rovesciati, barricate improvvisate, vetrine devastate e una caccia allo “sbirro” senza pietà con tavoli e sedie dei locali, transenne e sassi usati come armi.
In alcune occasioni poliziotti e carabinieri hanno dovuto accettare quasi la resa, indietreggiando davanti a tre, quattrocento ragazzi che hanno trasformato la protesta in un uragano di devastazione cieca.
Nessuna sigla, solo rabbia da esibire
Un’operazione che non appare riconducibile a sigle, collettivi o movimenti. Chi ieri si è preso il centro città non ha un gruppo di riferimento, non ha partiti, ha “solo” rabbia da sfogare ed esibire. Il loro essere sostanzialmente apolitici, “fluidi”, cani sciolti, permette di sfuggire ai radar degli specialisti della Digos, che non hanno referenti con cui parlare o mediare. E così non c’è altra via se non lo scontro, che ha fatto finire in ospedale venticinque persone, tra cui dieci militari e agenti.
Scene già viste in Stazione Centrale a settembre dello scorso anno e poi in tangenziale. Identico il copione: sassi contro le forze dell’ordine, cariche, lacrimogeni. E identici vestiti e accessori: berretti che si trasformano in passamontagna, tute, scarpe da tennis, marsupi spesso griffati. La “firma” dei giovani, italiani e di seconda generazione, che nel weekend si spostano dalle periferie per ritrovarsi in centro.
Alcuni erano arrivati preparati, con fumogeni, bombe carta e guanti per rispedire al mittente i lacrimogeni. Il grosso è stato attirato dai primi tafferugli e dal tam tam social. Tutto a favore di smartphone, con un unico inno di sottofondo: “Tout le monde déteste la police”.


