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“Imbecille e propagandista!”. Il vip perde la testa: insulti alla Meloni in diretta

Pubblicato: 24/10/2026 11:13

Il tema della sicurezza nelle città italiane torna al centro del dibattito politico, tra nuovi provvedimenti, rafforzamento dei controlli e preoccupazioni per le manifestazioni pubbliche. La discussione riguarda soprattutto l’efficacia delle misure adottate per contrastare le violenze e garantire l’ordine pubblico, ma anche il funzionamento della giustizia e l’applicazione delle pene previste dalla legge.

È su questi aspetti che si concentra Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, intervenuto durante la trasmissione Otto e mezzo su La7. Nel corso del programma, il giornalista ha contestato duramente le politiche sulla sicurezza del governo guidato da Giorgia Meloni, mettendo in discussione sia l’introduzione di nuove fattispecie di reato sia il ricorso a un maggiore dispiegamento di militari nelle strade.

«Bisogna smetterla di dire che questa è la destra ‘legge e ordine’, perché questa è una destra ‘illegalità e disordine’. Non sanno cosa sia la sicurezza, perché per far sentire la gente sicura non bisogna inventare nuovi reati per punire cose che sono già punite o dai Dieci Comandamenti o dal Codice Rocco, quindi dalla notte dei tempi. Bisogna assicurarsi che le pene previste dai reati che ci sono già vengano poi eseguite».
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Decreto sicurezza, 500 militari in più a Milano

Nel confronto sulle misure del governo rientra il provvedimento che prevede l’invio di 500 militari aggiuntivi a Milano, con impiego fino al 31 dicembre 2026 nell’ambito dell’operazione Strade Sicure.

Il contingente comprende paracadutisti della Brigata Folgore, provenienti prevalentemente dal 186° Reggimento di Siena. I militari saranno impegnati nella sorveglianza dei luoghi sensibili e nei pattugliamenti, anche dinamici, in collaborazione con polizia e carabinieri.

Per Travaglio, tuttavia, il potenziamento della presenza militare non affronta il problema alla radice. Il giornalista ritiene che la priorità debba essere rendere effettive le disposizioni già esistenti, anziché moltiplicare gli interventi normativi e i presidi nelle strade.

Nel criticare la decisione di rafforzare il contingente a Milano, afferma: «Mandano i soldati in piazza, offendendo tra l’altro polizia, carabinieri e forze dell’ordine che hanno quello di compito, mentre i soldati non si capisce bene cosa vadano a fare, soprattutto dopo che Mattarella ha svuotato i poteri di arresto della polizia giudiziaria che inizialmente questi scriteriati volevano dare ai militari».

Le sue parole chiamano in causa anche la distinzione tra le funzioni delle forze armate e quelle delle forze di polizia, nel quadro delle misure predisposte per la tutela dell’ordine pubblico.

La certezza della pena e le responsabilità della politica

Uno dei passaggi centrali dell’intervento riguarda la certezza della pena, spesso indicata dal governo come uno degli obiettivi delle politiche sulla sicurezza. Secondo Travaglio, il principio rischia di restare uno slogan se non viene accompagnato da un sistema normativo capace di garantire l’effettiva applicazione delle sanzioni.

«Tutti si riempiono la bocca della famosa certezza della pena, ma pochi possono permettersi di dare poi l’attuazione, perché poi, se la pena è certa, è certa per tutti, anche per i colletti bianchi».

Il direttore del Fatto Quotidiano attribuisce una parte significativa delle criticità alle leggi approvate dal Parlamento e ai meccanismi che regolano il processo penale. Nella sua ricostruzione, i magistrati operano sulla base delle disposizioni stabilite dal legislatore e non possono essere considerati gli unici responsabili degli esiti dei procedimenti.

«I magistrati applicano le leggi che fanno i politici e che hanno trasformato il codice penale e il codice di procedura penale in un colabrodo pieno di scappatoie, di sconti e di saldi di fine stagione che fanno sì che la legge da lontano fa paura e da vicino fa ridere, l’effetto spaventapasseri».

Il ragionamento si concentra anche sulla percezione che i cittadini hanno del funzionamento della giustizia. Quando una persona arrestata torna in libertà dopo un periodo di tempo, sostiene Travaglio, il rischio è che l’opinione pubblica attribuisca la decisione al magistrato senza considerare le disposizioni normative applicate nel caso specifico.

«La gente quando vede che vengono arrestati e poi dopo un po’ sono fuori o non capisce oppure pensa che sia il magistrato che è buonista, in realtà sono le norme che sono fatte apposta per rendere la pena una barzelletta».

Si tratta della valutazione espressa dal giornalista, che individua nella legislazione penale uno dei principali elementi da esaminare nel dibattito sulla sicurezza.

Manifestazioni violente, il confronto tra le norme penali

Travaglio contesta inoltre la scelta di introdurre nuove disposizioni per contrastare le violenze durante le manifestazioni pubbliche. A suo giudizio, l’ordinamento italiano prevede già strumenti sanzionatori per punire condotte particolarmente gravi, tra cui la devastazione e il saccheggio.

Nel corso di Otto e mezzo, il giornalista richiama l’articolo 419 del Codice penale, citando il testo relativo alle pene previste per questi reati.

«Chiunque fuori dai casi preveduti commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata con le aggravanti che arrivano a venti anni se il fatto è commesso nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico».

Il riferimento serve a sostenere la sua critica alla nuova fattispecie relativa alla partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche. Travaglio considera questa disposizione sovrapposta, per alcuni aspetti, a condotte già contemplate dal Codice penale e contesta la differenza tra i limiti di pena previsti dalle norme richiamate.

«Sentite adesso che reato ‘nuovo’ si sono inventati questi: partecipazione violenta a manifestazioni pubbliche. Che è la stessa cosa che abbiamo appena detto, solo che è punita fino a cinque anni. Il nuovo reato ha un massimo di pena di cinque anni, quello che già c’è fino a vent’anni, quindi conviene quello nuovo perché sono degli imbecilli oltre a essere dei propagandisti».

La contestazione riguarda dunque l’opportunità di aggiungere nuove fattispecie penali quando, secondo il giornalista, esistono già disposizioni che prevedono pene più elevate per determinati comportamenti. Il confronto tra le norme e il loro effettivo ambito di applicazione resta uno degli aspetti centrali della discussione.

Travaglio contro i decreti sicurezza: «La gente si sente meno sicura»

Nella parte conclusiva del suo intervento, Travaglio torna a criticare quella che considera una strategia basata sull’annuncio di nuovi provvedimenti, senza risultati sufficientemente percepibili dai cittadini.

«Il governo Meloni fa le gride manzoniane per dire ‘ho fatto qualcosa‘».

Con questa espressione, il direttore del Fatto Quotidiano mette in discussione l’efficacia delle misure adottate dall’esecutivo, sostenendo che l’approvazione di nuovi decreti non sia sufficiente, da sola, a garantire una maggiore sicurezza nelle città.

La sua critica riguarda anche il ricorso ai militari come risposta alle preoccupazioni sull’ordine pubblico. Secondo Travaglio, la necessità di rafforzare ulteriormente la presenza nelle strade potrebbe essere interpretata dai cittadini come un segnale delle difficoltà incontrate nel rendere efficaci le politiche già attuate.

Il giornalista conclude con una domanda sulla percezione della sicurezza da parte della popolazione e sulla capacità dei provvedimenti di produrre cambiamenti concreti.

«A cosa serve questa roba qua? A niente. Zero. Se fai otto decreti sicurezza e la gente non si accorge per niente di cosa è cambiato, tant’è che vede che devi mandare i soldati in piazza, si sente più sicura o meno sicura? Si sente meno sicura ovviamente».

Le dichiarazioni di Marco Travaglio sul governo Meloni e il decreto sicurezza riportano al centro il confronto sull’efficacia delle norme penali, sulla certezza della pena e sul ruolo dei militari nel controllo del territorio. Il punto sollevato dal giornalista è la necessità di distinguere tra l’introduzione di nuove disposizioni e la concreta applicazione delle leggi esistenti, un tema che continua ad alimentare il dibattito politico sulla sicurezza e sulla gestione delle manifestazioni pubbliche.

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