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Israele verso le elezioni, Netanyahu si gioca tutto: la sfida del generale Eisenkot e il futuro di un Paese diviso

Pubblicato: 25/10/2026 14:17

Reportage da Israele – All’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, un uomo musulmano si raccoglie in preghiera. Un gesto semplice, che altrove passerebbe inosservato, ma che in Israele acquista inevitabilmente un significato particolare. Perché questo è un Paese nel quale religioni, identità, appartenenze nazionali e conflitti politici convivono nello spazio di pochi chilometri, intrecciandosi continuamente. E perché quell’uomo che prega all’interno del principale aeroporto israeliano racconta, meglio di tante rappresentazioni schematiche, una parte della complessità di questa società. La sua presenza non cancella le contraddizioni, le discriminazioni, le tensioni. Ricorda però che Israele è una realtà molto più articolata delle immagini attraverso le quali viene abitualmente raccontato.

È anche questa complessità a rendere particolarmente importanti le prossime elezioni politiche israeliane, destinate a misurare la tenuta del sistema politico dopo anni nei quali la sicurezza nazionale, la guerra, le divisioni interne e il rapporto tra religione e Stato hanno occupato quasi completamente il dibattito pubblico. Al centro rimane Benjamin Netanyahu, il leader che ha dominato la politica israeliana per buona parte degli ultimi trent’anni, capace di sopravvivere a crisi, sconfitte, processi e rotture politiche. Ma questa volta il confronto assume un significato che supera la tradizionale competizione tra maggioranza e opposizione. Si tratta di decidere quale Israele dovrà emergere dalla stagione più traumatica della sua storia recente.

A Gerusalemme, un manifesto elettorale del Likud riassume la strategia comunicativa della destra con una brutalità che lascia pochissimo spazio alle interpretazioni: «Destra o Palestina». Tre parole, una contrapposizione assoluta. Il messaggio è immediato: la scelta politica viene presentata come una scelta esistenziale, nella quale l’alternativa alla destra coincide con il rischio di una prospettiva palestinese giudicata incompatibile con la sicurezza israeliana. È una rappresentazione che comprime una questione storica e diplomatica gigantesca in uno slogan. Ma proprio per questo funziona come una dichiarazione di intenti: Netanyahu vuole portare la campagna elettorale sul terreno dove ritiene di essere più forte, quello della sicurezza e dell’identità nazionale.

Tutto questo mentre inizia un nuovo giorno, con una nuova operazione di sicurezza in Cisgiordania. Almeno 15 palestinesi sono stati arrestati all’alba dalle forze israeliane, secondo l’agenzia palestinese Wafa: nove nella città di Nablus e sei nel vicino villaggio di Burin, durante operazioni con perquisizioni domiciliari. La stessa agenzia riferisce che a Hebron, nei quartieri di al-Jalda e Ein Deir Bahha, le truppe hanno costretto decine di residenti a lasciare le proprie abitazioni dopo aver circondato le zone. Le operazioni seguono l’attacco di ieri a Hebron, nel quale sono morti due soldati israeliani e i due aggressori.

La sfida a Netanyahu arriva anche dal mondo militare

Tra le figure che cercano di costruire un’alternativa al premier emerge Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane. La sua biografia politica è particolarmente interessante perché mette in difficoltà una delle tradizionali armi elettorali di Netanyahu: la possibilità di descrivere gli avversari come troppo deboli davanti alle minacce esterne. Eisenkot proviene dal cuore dell’apparato militare israeliano, conosce le questioni strategiche e può rivendicare un’esperienza diretta nella gestione della sicurezza nazionale.

La sua sfida si sviluppa lungo una linea precisa. Contestare Netanyahu senza mettere in discussione la necessità di difendere Israele, proporre una diversa guida politica senza concedere nulla all’idea che la sicurezza appartenga esclusivamente alla destra. È una distinzione importante perché una parte dell’elettorato israeliano non ragiona secondo le categorie europee della contrapposizione tra conservatori e progressisti. Si può essere favorevoli a una politica militare molto rigorosa, contrari alla nascita immediata di uno Stato palestinese e contemporaneamente convinti che Netanyahu debba lasciare il governo.

In questa zona politicamente decisiva si gioca una parte della competizione elettorale. Eisenkot può parlare a cittadini che hanno sostenuto Netanyahu in passato, che continuano a considerare la sicurezza una priorità assoluta, ma che chiedono una diversa assunzione di responsabilità politica. Il punto è capire quanto questo sentimento possa trasformarsi in consenso e, soprattutto, in una maggioranza parlamentare.

Perché in Israele non basta vincere le elezioni per governare. Il sistema proporzionale e la frammentazione dei partiti rendono necessarie coalizioni spesso complesse, nelle quali formazioni relativamente piccole possono ottenere un potere negoziale molto superiore al loro peso elettorale. È una caratteristica strutturale della politica israeliana, che negli ultimi anni ha contribuito a rendere particolarmente instabili i rapporti tra i diversi schieramenti.

Netanyahu ha costruito buona parte della propria longevità politica proprio sulla capacità di governare questo sistema. Ha saputo tenere insieme la destra nazionalista, il conservatorismo tradizionale del Likud e i partiti religiosi, distribuendo responsabilità politiche e individuando compromessi tra interessi differenti. La difficoltà, oggi, è che alcune delle contraddizioni interne a quella coalizione sono diventate altrettanto rilevanti dello scontro con l’opposizione.

Una di queste riguarda il servizio militare degli ultraortodossi. In un Paese nel quale l’esercito rappresenta una delle principali istituzioni collettive e il servizio militare investe direttamente la vita di una larga parte della popolazione, le esenzioni riconosciute agli studenti delle scuole religiose sono diventate un terreno di scontro politico e sociale. I partiti ultraortodossi difendono un sistema legato alla centralità dello studio religioso e all’autonomia delle proprie comunità. Una parte significativa degli altri israeliani considera invece sempre meno sostenibile una distribuzione così diseguale degli obblighi militari.

Il tema attraversa la società ben oltre le appartenenze partitiche. Riguarda il rapporto tra diritti e doveri, tra identità religiosa e cittadinanza, tra la sopravvivenza delle tradizioni comunitarie e le esigenze di uno Stato impegnato in una condizione di sicurezza eccezionalmente difficile.

Gaza, la religione e il futuro della democrazia israeliana

Naturalmente, nessuna campagna elettorale israeliana può essere compresa prescindendo da Gaza e dalle conseguenze del 7 ottobre 2023. L’attacco di Hamas ha prodotto una frattura profonda nella percezione della sicurezza nazionale e nel rapporto di fiducia tra una parte dei cittadini e le istituzioni. La guerra successiva ha imposto a Israele interrogativi militari, politici, morali e diplomatici destinati a restare aperti ben oltre la conclusione delle operazioni sul campo.

La questione riguarda anche le responsabilità della leadership. Netanyahu ha cercato di presentarsi come il garante della capacità israeliana di affrontare i propri nemici, ma deve confrontarsi con le critiche rivolte alla gestione della sicurezza prima del 7 ottobre e alle scelte politiche e militari successive. I suoi oppositori insistono sulla necessità di un cambiamento alla guida del Paese. Il premier, al contrario, punta sulla continuità e sulla propria esperienza, sostenendo una visione della sicurezza fondata sulla fermezza nei confronti delle organizzazioni armate e degli avversari regionali.

Accanto alla guerra esiste poi una questione interna, meno visibile dall’estero ma fondamentale per comprendere la profondità della divisione israeliana: il rapporto tra governo e magistratura. Le controversie sulla riforma giudiziaria hanno portato alla luce due interpretazioni profondamente differenti della democrazia.

I sostenitori delle modifiche ritengono necessario riequilibrare il rapporto tra magistratura e potere politico, limitando quello che considerano un interventismo eccessivo dei giudici nelle decisioni dei rappresentanti eletti. Gli oppositori temono invece che un indebolimento dei controlli giudiziari possa alterare l’equilibrio istituzionale, soprattutto in un sistema che non dispone di una costituzione unitaria e rigida paragonabile a quelle di molte democrazie europee.

La controversia investe direttamente il significato dello Stato israeliano. Quanto deve pesare l’identità ebraica nella definizione delle istituzioni? Quale spazio deve essere garantito ai diritti individuali? Come si conciliano la sovranità parlamentare e l’indipendenza della magistratura? Sono domande che dividono profondamente la società e attraversano anche il mondo conservatore.

A rendere ancora più complessa questa discussione è la presenza dei cittadini arabi di Israele, una componente importante della popolazione, dotata del diritto di voto e rappresentata nella vita politica e istituzionale, ma attraversata da difficoltà, disuguaglianze e tensioni identitarie. La loro partecipazione elettorale può avere conseguenze importanti sugli equilibri parlamentari, mentre il rapporto tra partiti arabi e formazioni ebraiche continua a rappresentare uno dei nodi più delicati nella costruzione delle maggioranze.

È anche per questo che l’immagine dell’uomo musulmano in preghiera all’aeroporto di Tel Aviv merita attenzione. In un Paese che viene frequentemente descritto soltanto attraverso la contrapposizione tra ebrei e palestinesi, quella scena restituisce un elemento della realtà quotidiana: la presenza dell’Islam all’interno dello spazio pubblico israeliano. Naturalmente, un’immagine non dimostra da sola la qualità della convivenza, né risolve le questioni politiche e sociali. Ma aiuta a comprendere perché sia sbagliato interpretare Israele come una società uniforme, nella quale identità nazionale, appartenenza religiosa e orientamento politico coincidono automaticamente.

Dentro Israele convivono mondi differenti. Ci sono gli ebrei laici e quelli religiosi, gli ultraortodossi e i nazionalisti, gli arabi musulmani e cristiani, le comunità druse, gli immigrati arrivati da Paesi e continenti diversi. Esistono differenze profonde tra le grandi città, gli insediamenti religiosi, i centri periferici e le comunità delle regioni di confine. E anche all’interno della popolazione ebraica le fratture culturali e politiche possono essere estremamente marcate.

La capacità dei partiti di parlare a questa pluralità sarà determinante. Per Netanyahu, la strada consiste soprattutto nel consolidare il proprio blocco e convincere gli elettori incerti che un cambio di governo rappresenterebbe un rischio. Per i suoi avversari, invece, la difficoltà è trasformare il malcontento in una proposta politica sufficientemente ampia da comprendere sensibilità differenti.

La questione è anche generazionale ed economica. Israele possiede un’economia tecnologicamente avanzata e un sistema di innovazione capace di competere a livello internazionale. Ma il costo della vita, le disuguaglianze, il peso delle spese militari e le prospettive delle giovani generazioni rappresentano problemi concreti, che continuano a esistere anche quando l’attenzione nazionale viene assorbita dalle emergenze della sicurezza.

Sullo sfondo rimane il rapporto con gli Stati Uniti, interlocutore strategico indispensabile, e con l’Europa, dove il giudizio sulle scelte del governo israeliano è diventato uno degli elementi più controversi del dibattito politico. Le relazioni internazionali entreranno inevitabilmente nella competizione elettorale, perché il prossimo governo dovrà confrontarsi con il futuro di Gaza, con la questione palestinese, con l’Iran, con il confine libanese e con la necessità di ridefinire il proprio spazio diplomatico.

Per l’osservatore europeo, una delle difficoltà maggiori consiste nel comprendere che la politica israeliana non si lascia tradurre facilmente nelle categorie di casa nostra. Netanyahu non rappresenta tutta la destra israeliana e l’opposizione a Netanyahu non coincide necessariamente con la sinistra. Esistono conservatori fortemente critici nei confronti del premier, esponenti del mondo militare che propongono un cambiamento politico senza rinunciare alla fermezza sulla sicurezza, movimenti religiosi che difendono interessi specifici e forze laiche che considerano prioritaria la difesa delle istituzioni democratiche.

È questa articolazione a rendere incerto l’esito politico delle elezioni. La vera partita non riguarda soltanto il numero dei seggi ottenuti dal Likud o dai suoi principali avversari. Riguarda la possibilità di costruire una coalizione capace di raggiungere 61 seggi alla Knesset, la maggioranza necessaria per sostenere un governo nel Parlamento israeliano di 120 membri.

E riguarda, soprattutto, la direzione politica di un Paese chiamato contemporaneamente a difendere la propria sicurezza, ricostruire la fiducia nelle istituzioni e decidere quale equilibrio stabilire tra identità nazionale, religione e democrazia.

Il manifesto di Gerusalemme, con la sua alternativa secca tra «Destra o Palestina», racconta una parte di questa battaglia. La trasforma in uno scontro senza sfumature, comprensibile e immediatamente riconoscibile. Ma la realtà israeliana che dovrà esprimersi nelle urne è molto più complicata di quello slogan.

Basta tornare, idealmente, all’aeroporto Ben Gurion. A quell’uomo musulmano che prega dentro uno scalo israeliano, in un Paese a maggioranza ebraica. È un frammento minuscolo di quotidianità, eppure contiene una domanda molto più grande della competizione tra Netanyahu ed Eisenkot: come tenere insieme sicurezza, identità, libertà religiosa e cittadinanza in una società che vive da decenni dentro il conflitto?

La politica israeliana dovrà continuare a misurarsi con questa domanda anche dopo le elezioni, indipendentemente da chi riuscirà a formare il prossimo governo.

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Ultimo Aggiornamento: 25/10/2026 16:04

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