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Israele, paese spaccato in due: cercasi disperatamente una maggioranza. Netanyahu sorprende

Pubblicato: 28/10/2026 07:28

GERUSALEMME, 28 ottobre 2026 – Israele ha votato in massa, ma non ha ancora deciso chi dovrà governarlo. E forse è proprio questo il risultato politicamente più significativo delle elezioni del 27 ottobre. Dopo tre anni di guerre, tensioni, divisioni e polemiche, il Paese si ritrova davanti a un Parlamento nel quale nessuno dei due grandi schieramenti sembra in grado di costruire autonomamente una maggioranza. Benjamin Netanyahu sorprende, il suo Likud si conferma il primo partito, l’opposizione guidata da Gadi Eisenkot rivendica il cambiamento, ma la soglia dei 61 deputati necessari per governare rimane lontana. E la fotografia che emerge dalle urne è quella di una nazione profondamente divisa, nella quale la straordinaria partecipazione democratica rischia di non tradursi immediatamente in una soluzione politica.

I numeri, ancora provvisori, raccontano con precisione questa incertezza. Alle 7.27 del mattino, con il 53,7% delle sezioni scrutinate, il blocco di destra e religioso che sostiene Netanyahu risultava accreditato di 55 seggi, contro i 50 dello schieramento avversario e i 15 delle formazioni arabe, esterne ai due blocchi principali. Una situazione che si è modificata ripetutamente durante la notte: gli exit poll iniziali avevano assegnato un leggero vantaggio all’opposizione, le successive rilevazioni avevano ridotto le distanze e le prime proiezioni sui voti effettivamente conteggiati avevano inizialmente rafforzato Netanyahu, prima di riportarlo sotto la soglia della maggioranza. Lo scrutinio prosegue e devono ancora essere conteggiati numerosi voti, compresi quelli dei militari. Ma una cosa appare già evidente: trasformare i risultati elettorali in un governo sarà un’impresa complicata.

Netanyahu sorprende, ma i numeri non bastano

Il primo protagonista di queste elezioni è inevitabilmente Benjamin Netanyahu. Non perché abbia già vinto, cosa che i risultati attuali non permettono di affermare, ma perché ha dimostrato ancora una volta di possedere una capacità di mobilitazione che molti suoi avversari avevano sottovalutato. Il premier arrivava all’appuntamento elettorale dopo la più grave crisi di sicurezza della storia recente israeliana, con le responsabilità politiche contestategli per il 7 ottobre 2023, una guerra devastante a Gaza, il confronto con Hezbollah e l’Iran, le tensioni con la magistratura e una società attraversata da proteste e contrapposizioni durissime. Eppure, il Likud resta la maggiore forza politica del Paese, davanti al partito Yashar dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot.

È un risultato che impone una riflessione. Netanyahu è stato al centro della politica israeliana per quasi trent’anni, attraversando sconfitte, scandali, crisi istituzionali e ripetute contestazioni. La sua forza elettorale continua a fondarsi soprattutto sulla capacità di presentarsi come garante della sicurezza nazionale e sulla solidità di un elettorato che riconosce nella sua leadership un punto di riferimento. Le guerre degli ultimi anni hanno contribuito a polarizzare ulteriormente questo rapporto. Per una parte degli israeliani il premier porta la responsabilità politica della catastrofe del 7 ottobre; per un’altra rappresenta il leader che, dopo quel disastro, ha guidato la risposta militare contro Hamas, Hezbollah e l’Iran. Due letture radicalmente differenti degli stessi avvenimenti, che spiegano molto della frattura emersa dalle urne.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare la tenuta elettorale del Likud in una vittoria politica già acquisita. La coalizione nazionalista e religiosa che ha sostenuto Netanyahu aveva raggiunto, nel corso della precedente legislatura, una consistenza di 68 deputati. Il ridimensionamento indicato dai risultati parziali è dunque significativo. Il premier mantiene un consenso personale e partitico importante, ma il suo schieramento appare lontano dai numeri necessari per continuare a governare senza nuovi alleati. È questa la contraddizione principale del suo risultato: Netanyahu conserva una forza elettorale considerevole, mentre la maggioranza che lo ha sostenuto non dispone più, almeno per il momento, dei seggi necessari per governare.

Dall’altra parte, Gadi Eisenkot si presenta come l’alternativa più importante emersa da queste elezioni. La sua storia personale e professionale è particolarmente significativa: ex capo di Stato maggiore dell’esercito, protagonista della sicurezza israeliana, colpito direttamente dalla guerra nella quale ha perso un figlio e due nipoti, Eisenkot non appartiene alla tradizione pacifista e non propone un cambiamento radicale della dottrina strategica dello Stato ebraico. La sua proposta politica riguarda soprattutto la responsabilità del governo, la credibilità delle istituzioni e la necessità di ricostruire un rapporto di fiducia tra cittadini e leadership nazionale. La principale alternativa a Netanyahu nasce dunque all’interno della cultura israeliana della sicurezza, un elemento che aiuta a comprendere quanto siano cambiati gli equilibri politici dopo il 7 ottobre.

Il problema è che l’opposizione costituisce un insieme tutt’altro che omogeneo. Accanto a Eisenkot ci sono l’ex primo ministro Naftali Bennett, alleato con Yair Lapid nella formazione Beyachad, il nazionalista laico Avigdor Lieberman e i Democratici guidati da Yair Golan. Sono forze che condividono l’obiettivo di sostituire Netanyahu, ma che mantengono differenze profonde su questioni fondamentali. Alcune provengono dalla destra, altre dal centro, altre ancora dalla sinistra israeliana. Le distanze riguardano l’economia, il ruolo della religione, i rapporti con i palestinesi, la riforma della giustizia e le prospettive istituzionali del Paese. La difficoltà consiste proprio nel trasformare un’alleanza elettorale costruita attorno al cambiamento in una coalizione capace di governare.

Peraltro, l’interpretazione di questo voto esclusivamente attraverso la contrapposizione tra Netanyahu ed Eisenkot rischia di nascondere una parte essenziale della realtà israeliana. Il 77,7% degli aventi diritto si è recato alle urne, facendo registrare la partecipazione più alta dal 1999. È un dato straordinario, soprattutto per un Paese che ha attraversato tre anni di conflitti e una mobilitazione militare senza precedenti nella sua storia recente. Ma gli israeliani non hanno votato soltanto sulla guerra, sulla sicurezza o sul giudizio nei confronti del premier. Hanno votato anche sul proprio futuro economico e sociale, sulle condizioni di vita delle famiglie e sulla possibilità di ricostruire una normalità che per molti sembra ormai lontana.

L’economia ha avuto infatti un peso importante nella campagna elettorale. Israele rimane una delle società tecnologicamente più avanzate del mondo, con un sistema di imprese innovative e un settore della ricerca di livello internazionale. Ma questa forza convive con un costo della vita elevato, un mercato immobiliare sempre più difficile per i giovani, l’aumento delle spese militari e le conseguenze economiche di una mobilitazione prolungata. Molte famiglie hanno dovuto confrontarsi con lunghi periodi di assenza dal lavoro dei riservisti, mentre imprese e attività produttive hanno risentito delle ripercussioni dei conflitti. La domanda di sicurezza resta fondamentale, ma si accompagna a una richiesta di stabilità economica, opportunità professionali e prospettive per le nuove generazioni.

Ancora più delicata è la questione del servizio militare degli ultraortodossi, diventata uno dei principali punti di rottura della politica israeliana. Il sistema delle esenzioni per gli studenti delle scuole religiose suscita contestazioni crescenti in una società nella quale moltissimi cittadini hanno trascorso lunghi periodi sotto le armi. La questione è ormai diventata un conflitto sul principio stesso di uguaglianza dei doveri. Per i partiti religiosi, la tutela dello studio della Torah rappresenta un elemento essenziale dell’identità nazionale; per una parte consistente dell’opinione pubblica, non è più accettabile che il peso della difesa ricada in maniera così differente sui cittadini. E proprio questa frattura rende estremamente difficile immaginare nuove maggioranze parlamentari trasversali.

Cercasi disperatamente una maggioranza parlamentare

Il dato politicamente più interessante dello scrutinio riguarda però i partiti arabi. Le due principali formazioni, la Lista comune e Ra’am, risultano complessivamente accreditate di 15 seggi, un risultato che conferma la rilevanza della mobilitazione elettorale della popolazione araba israeliana. La loro rappresentanza parlamentare potrebbe diventare determinante nella costruzione di una maggioranza alternativa a Netanyahu. Ma è proprio qui che emerge uno dei paradossi più difficili da risolvere: i deputati arabi potrebbero contribuire a determinare il futuro governo, mentre numerosi protagonisti della politica israeliana continuano a escludere accordi con quelle formazioni.

La questione è particolarmente complessa perché i partiti arabi non costituiscono un blocco politicamente uniforme. Ra’am ha già dimostrato in passato una disponibilità pragmatica alla collaborazione parlamentare, mentre la Lista comune raccoglie sensibilità differenti, unite soprattutto dalla rappresentanza delle istanze della minoranza araba. Dal punto di vista puramente aritmetico, i 50 seggi dell’opposizione sommati ai 15 delle formazioni arabe sarebbero sufficienti a superare la soglia della maggioranza. Ma la matematica parlamentare non coincide necessariamente con la politica. Eisenkot e altri leader dell’opposizione hanno espresso forti riserve su un governo dipendente dai partiti arabi, e le profonde differenze tra queste forze renderebbero comunque difficilissima una simile intesa.

Netanyahu, dal canto suo, ha già chiarito di voler costruire un governo nazionale di destra e ha escluso la possibilità di affidarsi al sostegno delle formazioni arabe. Il premier punta sulla centralità del Likud e sulla necessità di garantire continuità alla politica di sicurezza israeliana, soprattutto in una fase nella quale il confronto con l’Iran rimane aperto. Nel suo intervento davanti ai sostenitori ha richiamato anche la collaborazione con Donald Trump e la possibilità di completare gli obiettivi strategici perseguiti negli ultimi anni. Il presidente americano, che aveva sostenuto Netanyahu durante la campagna elettorale, ha a sua volta rivendicato il ruolo del proprio appoggio nel risultato del premier, pur riconoscendo che lo scrutinio non era ancora concluso.

Ma il nodo rimane quello dei numeri. Una maggioranza di destra senza nuovi alleati non emerge dai risultati parziali, mentre una maggioranza alternativa richiederebbe accordi tra forze che hanno costruito buona parte della campagna elettorale sulla promessa di non collaborare con determinati avversari. Resta naturalmente aperta l’ipotesi di un governo di unità nazionale, eventualmente accompagnato da un’intesa sulla rotazione della guida dell’esecutivo. Una soluzione del genere, tuttavia, imporrebbe ai protagonisti di superare contrapposizioni personali e politiche che negli ultimi anni si sono progressivamente irrigidite. Le stesse divergenze sulla coscrizione militare, sulla magistratura e sulle responsabilità per il 7 ottobre rendono difficile individuare un terreno comune.

La storia recente israeliana dimostra quanto questo problema possa diventare serio. Tra il 2019 e il 2022 il Paese è stato chiamato alle urne cinque volte, attraversando una lunga fase di instabilità politica e governi dalla durata limitata. Il sistema proporzionale, con una soglia di sbarramento del 3,25%, favorisce una rappresentanza articolata della società, ma rende spesso indispensabili coalizioni composte da numerosi partiti. Anche questa volta il destino di alcune liste minori potrebbe modificare gli equilibri. I voti dei militari e quelli espressi attraverso le procedure speciali, ancora da conteggiare, potrebbero incidere sulla distribuzione definitiva dei seggi. Per questo motivo qualsiasi conclusione sulla composizione della prossima Knesset sarebbe prematura.

Quando lo scrutinio sarà completato, toccherà al presidente Isaac Herzog avviare le consultazioni e individuare il parlamentare al quale affidare l’incarico di formare il nuovo governo. Non è necessariamente il leader del partito più votato a ricevere l’incarico: ciò che conta è la possibilità concreta di ottenere il sostegno di una maggioranza parlamentare. Ed è proprio questa la difficoltà che Netanyahu ed Eisenkot dovranno affrontare. Nel frattempo, il premier uscente continuerà a guidare il governo per gli affari correnti. Se nessuno riuscisse a costruire una coalizione, il Paese potrebbe ritrovarsi nuovamente davanti alla prospettiva di elezioni anticipate.

Esiste infine una considerazione che va oltre le trattative parlamentari. Il voto del 27 ottobre fotografa un Israele politicamente diviso, ma profondamente mobilitato, nel quale la partecipazione democratica rimane altissima nonostante la durezza delle contrapposizioni. La frattura attraversa il rapporto tra religione e Stato, quello tra cittadini e istituzioni, le diverse concezioni della sicurezza nazionale e il giudizio sulla leadership di Netanyahu. Ma attraversa anche la società, le generazioni, le comunità e i territori. Non si tratta semplicemente di scegliere tra due uomini. Si tratta di decidere quale equilibrio politico e sociale possa accompagnare il Paese dopo una delle stagioni più difficili della sua storia.

La sorpresa Netanyahu deve essere letta proprio dentro questo quadro. Il premier è riuscito a mantenere il Likud al centro del sistema politico, nonostante un’opposizione determinata a chiudere la sua lunga esperienza di governo. Ma la forza del suo partito non risolve la crisi della coalizione. Eisenkot, a sua volta, ha dimostrato di poter costruire un’alternativa elettorale significativa, senza tuttavia disporre, almeno finora, di una maggioranza parlamentare autosufficiente. Entrambi possono rivendicare elementi di successo, nessuno può ancora rivendicare il governo. È il risultato di una competizione nella quale gli elettori hanno espresso orientamenti forti, differenti e difficilmente conciliabili.

Ecco perché la vera partita comincia adesso. Le urne hanno restituito un Parlamento nel quale gli accordi potrebbero contare quanto i voti, e nel quale ogni compromesso rischia di mettere in discussione le promesse fatte durante la campagna elettorale. La grande partecipazione popolare ha confermato la vitalità della democrazia israeliana, ma non ha cancellato le profonde divisioni del Paese. Anzi, le ha trasferite direttamente all’interno della Knesset. E mentre lo scrutinio continua, una domanda domina già il futuro politico di Israele: chi riuscirà a mettere insieme 61 deputati disposti a governare? Perché il problema, ancora una volta, non è soltanto vincere le elezioni. È riuscire a costruire una maggioranza.

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Ultimo Aggiornamento: 28/10/2026 07:29

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