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Angelica, l’italiana di sinistra che vive al confine con Hezbollah: «Non capisco chi in Italia scende in piazza con loro»

Pubblicato: 29/10/2026 19:00

A Sasa si mangia ancora tutti insieme. Ci sediamo anche noi nella grande mensa comune, tra gli abitanti di questo piccolo kibbutz dell’Alta Galilea, a pochi chilometri dal confine con il Libano. È un pranzo come tanti, con le persone che si incontrano, si salutano, chiacchierano e condividono uno dei momenti più ordinari della giornata. Ma per chi arriva dall’esterno c’è qualcosa di sorprendente: qui la mensa non è semplicemente un servizio, è uno dei luoghi intorno ai quali continua a organizzarsi la vita collettiva. Un’abitudine che resiste da decenni, mentre gran parte degli altri kibbutz israeliani ha progressivamente abbandonato il modello comunitario delle origini.

Fuori, il paesaggio sembra quello di una località di montagna europea. Sasa si trova a circa 900 metri di altitudine, tra boschi, prati e frutteti, alle pendici del monte Meron. Le case sono immerse nel verde e il territorio conserva una tranquillità quasi ingannevole. Perché oltre quelle colline c’è il Libano, e per anni da quella direzione sono arrivati razzi e missili di Hezbollah. Dopo il 7 ottobre 2023 gran parte degli abitanti ha dovuto abbandonare le proprie case. Il ritorno, cominciato nel 2025, ha restituito alla comunità una normalità che nessuno considera più definitivamente acquisita.

A raccontare questo piccolo mondo c’è Angelica Calò Livne, romana di nascita, israeliana per scelta, conosciuta da tutti come Edna. Una donna vulcanica, piena di energia, di idee, di parole e di quella passione tutta italiana che nemmeno decenni trascorsi in Israele sono riusciti a smorzare. Angelica parla, racconta, si entusiasma, passa dalla storia del kibbutz alla politica, dalla guerra all’educazione, con la naturalezza di chi ha vissuto intensamente ogni capitolo della propria esistenza. Qui ha costruito la sua famiglia e ha dedicato gran parte della vita a far incontrare ragazzi ebrei, arabi e drusi attraverso il teatro. Una missione che continua a portare avanti con una vitalità contagiosa, anche quando la realtà, a pochi chilometri dal confine libanese, sembra voler dimostrare quanto sia difficile costruire la pace.

La sinistra italiana vista da una donna di sinistra israeliana

È quando il discorso arriva alla politica italiana che Angelica cambia tono. La sua indignazione esplode parlando di quella parte della sinistra italiana che, ai suoi occhi, finisce per difendere Hezbollah o per scendere in piazza accanto a chi ne sostiene le ragioni. «Ma com’è possibile? Non capisco, non capisco», ripete, con un misto di incredulità e rabbia. Per lei, che vive a pochi chilometri dalle postazioni del movimento sciita libanese e ha conosciuto direttamente la minaccia dei suoi razzi, vedere certe manifestazioni in Italia è qualcosa di difficilmente comprensibile.

La particolarità è che Angelica non parla da una posizione conservatrice. È una donna di sinistra, cresciuta politicamente nella tradizione socialista e progressista dei kibbutz, e alle elezioni israeliane ha votato per i Democratici, la formazione che raccoglie l’eredità del Partito laburista e di Meretz. La sua critica nasce dunque dall’interno della stessa famiglia politica nella quale si riconosce. È proprio questo a rendere più forte il suo sconcerto: non riesce a comprendere come una parte della sinistra europea possa mostrare comprensione verso un’organizzazione armata che considera Israele un nemico da combattere.

Angelica distingue la difesa dei diritti dei palestinesi dalla solidarietà verso Hezbollah. Sono due questioni che, nella sua visione, non dovrebbero essere confuse. Lei stessa ha dedicato decenni al dialogo tra comunità diverse e continua a credere nella possibilità della convivenza. Ma considera incomprensibile che, in nome della pace o della causa palestinese, si possa arrivare a giustificare chi lancia missili contro le comunità civili israeliane. La sua è soprattutto una contestazione culturale e politica: come può una sinistra che si richiama alla libertà, alla democrazia e ai diritti umani ritrovarsi dalla stessa parte di un movimento religioso fondamentalista?

Il contrasto diventa ancora più evidente osservando il luogo in cui questa conversazione avviene. Sasa è nato proprio dall’esperienza della sinistra socialista israeliana, da quell’idea di uguaglianza e solidarietà che ha contribuito a costruire una parte importante della società del Paese. Qui la proprietà collettiva, il lavoro condiviso e l’educazione comunitaria non sono mai stati semplici slogan politici. Sono stati un modo concreto di vivere. Eppure proprio questa comunità, profondamente legata alla tradizione progressista, è stata costretta a confrontarsi con gli attacchi di Hezbollah.

Quando i bambini dormivano tutti insieme

La storia di Sasa è anche quella di un esperimento sociale che oggi può apparire sorprendente. Per molti anni, infatti, i bambini del kibbutz non dormivano nelle case dei genitori. Trascorrevano la notte nelle cosiddette case dei bambini, edifici collettivi nei quali crescevano insieme ai coetanei, assistiti da educatrici e sorveglianti notturne. Durante il giorno incontravano i genitori, trascorrevano con loro alcune ore, giocavano e condividevano momenti familiari. Poi, arrivata la sera, tornavano nelle loro camere comuni.

Era una delle espressioni più radicali dell’ideologia dei kibbutz. L’idea era che la comunità dovesse assumersi collettivamente la responsabilità dell’educazione dei figli, liberando le famiglie da una parte degli impegni domestici e consentendo alle donne di partecipare pienamente al lavoro. I bambini crescevano insieme, imparavano presto a condividere gli spazi e sviluppavano un fortissimo senso di appartenenza al gruppo. Ma quella scelta comportava anche una separazione quotidiana dai genitori che, con il passare degli anni, avrebbe sollevato dubbi e contestazioni sempre più profondi.

A Sasa questa tradizione è sopravvissuta fino al 1992. Nell’archivio della comunità è conservato persino il ricordo dell’ultima guardiana notturna, una figura che per decenni aveva rappresentato la presenza adulta durante il sonno dei bambini. Il passaggio alla vita familiare tradizionale fu una trasformazione importante: i figli cominciarono a dormire stabilmente con i genitori e le case dovettero adattarsi a esigenze nuove. Il kibbutz rinunciava così a una delle sue pratiche più caratteristiche, senza abbandonare l’idea di comunità che l’aveva generata.

È una storia che aiuta a comprendere quanto questi villaggi siano stati qualcosa di diverso da semplici cooperative agricole. Qui si è cercato di costruire una società alternativa, nella quale il lavoro, l’educazione, i servizi e una parte consistente della vita quotidiana fossero organizzati collettivamente. Un esperimento che ha conosciuto successi, errori, ripensamenti e profonde trasformazioni. La mensa nella quale pranziamo oggi rappresenta una delle eredità più visibili di quella stagione: si è rinunciato a far dormire i bambini lontano dai genitori, ma si continua a considerare importante il momento del pasto condiviso.

Sasa, però, non è soltanto un piccolo villaggio immerso nel verde. È anche una realtà economica di notevole importanza, proprietaria di aziende che operano ben oltre i confini israeliani. La più conosciuta è Plasan, specializzata nella produzione di sistemi di protezione balistica, blindature per veicoli militari e soluzioni tecnologiche per la difesa. I suoi prodotti sono utilizzati da eserciti e industrie internazionali. Un’attività che ha trasformato questo kibbutz in una delle comunità collettive economicamente più fortunate di Israele.

Accanto a Plasan opera SasaTech, azienda specializzata nella produzione di detergenti e prodotti per la pulizia e la conservazione. Ci sono poi le attività agricole, con coltivazioni di mele, avocado e altri prodotti, allevamenti e produzione lattiero-casearia. Il kibbutz ha sviluppato anche iniziative turistiche e sostenuto progetti imprenditoriali nati al proprio interno. Tra questi figura l’esperienza della gelateria Buza, sviluppata attraverso una collaborazione tra imprenditori ebrei e arabi, un piccolo esempio di come l’attività economica possa diventare anche occasione di incontro tra comunità.

La particolarità è che questa ricchezza industriale si è sviluppata senza cancellare il principio della proprietà collettiva. Nel modello tradizionale del kibbutz, i proventi delle attività economiche appartengono alla comunità e vengono utilizzati per finanziare servizi, abitazioni, istruzione, assistenza e bisogni comuni. Chi lavora in un’impresa particolarmente redditizia non diventa automaticamente più ricco degli altri membri. È un sistema che mette in discussione alcuni meccanismi fondamentali dell’economia individualistica, pur operando pienamente dentro il mercato internazionale.

Naturalmente anche a Sasa il futuro di questo modello è oggetto di discussione. In Israele la maggioranza dei kibbutz ha ormai introdotto forme più o meno profonde di privatizzazione, differenziando i redditi, assegnando beni ai singoli membri e riducendo la gestione collettiva dei servizi. Sasa è rimasto tra le eccezioni, ma il confronto tra tradizione e cambiamento riguarda inevitabilmente anche questa comunità. Quanto può resistere un sistema fondato sulla condivisione in una società sempre più individualista? E come conciliare le esigenze delle nuove generazioni con i principi sui quali il kibbutz è stato fondato?

Negli ultimi mesi il dibattito ha assunto anche una dimensione industriale. Tra il 2025 e il 2026 sono state valutate ipotesi di quotazione in Borsa di Plasan e operazioni societarie con CarmChrome, un’altra azienda israeliana del settore. Si è parlato di valutazioni superiori al miliardo di shekel, una cifra considerevole per un’impresa legata a una comunità di poche centinaia di persone. La possibile apertura del capitale a investitori esterni rappresenta una questione diversa dalla privatizzazione del kibbutz, ma pone interrogativi sul rapporto tra proprietà collettiva, gestione industriale e futuro economico della comunità.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti di Sasa. Qui il collettivismo non è sopravvissuto perché protetto dalla povertà o dall’isolamento economico. Al contrario, ha convissuto con il successo industriale, con la tecnologia e con i mercati internazionali. La discussione riguarda dunque anche il significato da attribuire alla ricchezza prodotta insieme: distribuirla individualmente oppure continuare a utilizzarla per sostenere una forma di vita condivisa.

Angelica rappresenta, a suo modo, la dimensione umana di questa esperienza. Il suo lavoro educativo nasce dalla stessa convinzione che ha ispirato la storia dei kibbutz: le persone possono costruire qualcosa insieme, anche quando provengono da esperienze differenti. Per anni ha cercato di mettere sullo stesso palcoscenico ragazzi ebrei, arabi e drusi, offrendo loro la possibilità di conoscersi attraverso il teatro. Un’attività che, vista da questa frontiera, assume un significato particolare. Perché la pace è certamente un ideale, ma qui è soprattutto una necessità quotidiana.

Quando Hezbollah ha cominciato a colpire il nord di Israele, Angelica ha scelto di restare. Aveva preparato anche una pistola per difendersi nell’eventualità di un’infiltrazione armata. Tre dei suoi quattro figli erano impegnati al fronte. È difficile immaginare una rappresentazione più concreta delle contraddizioni che attraversano questo Paese: una donna che insegna il dialogo tra i popoli e che, nello stesso tempo, deve prepararsi all’eventualità di difendere con le armi la propria casa.

La guerra ha messo duramente alla prova anche il senso di appartenenza della comunità. Per molti abitanti l’evacuazione è durata circa un anno e mezzo. Famiglie abituate a condividere ogni giorno gli stessi spazi si sono ritrovate lontane dalle proprie abitazioni, dai vicini, dalle consuetudini che avevano scandito tutta la loro esistenza. Per gli anziani, in particolare, lasciare il kibbutz ha significato perdere temporaneamente molto più di una casa. Anche per questo il ritorno alla vita comune ha assunto un valore che va oltre la semplice ricostruzione materiale.

Oggi, seduti nella mensa di Sasa, si comprende meglio cosa significhi appartenere a una comunità di questo genere. Il pranzo condiviso è una tradizione, ma è anche un modo per ritrovarsi dopo gli anni della paura e della separazione. Attorno ai tavoli si incontrano generazioni che hanno conosciuto kibbutz molto diversi: chi ricorda i bambini che dormivano nelle case collettive, chi ha vissuto la trasformazione industriale, chi è cresciuto in una società israeliana ormai profondamente cambiata.

Fuori ci sono le montagne dell’Alta Galilea e, poco oltre, il confine libanese. Dentro c’è una comunità che continua a interrogarsi sul proprio futuro, sulla proprietà collettiva, sulla solidarietà e sul significato dello stare insieme. E c’è Angelica, arrivata tanti anni fa dall’Italia, che continua a credere nel dialogo anche dopo aver conosciuto da vicino la guerra. Una donna di sinistra che guarda con amarezza a una parte della sinistra del suo Paese d’origine e continua a chiedersi come sia possibile confondere la difesa della pace con la comprensione verso Hezbollah. Una domanda che, pronunciata qui, a pochi chilometri dal confine, assume un significato molto diverso da quello che potrebbe avere in una piazza italiana.

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