
Manovra fatta, poi il vuoto. In Parlamento restano solo quattro Ddl sulla sicurezza e poco altro. E così, nei corridoi della maggioranza, inizia a circolare un’idea che fino a ieri sembrava fantapolitica: chiudere qui e tornare subito alle urne. Un’accelerazione improvvisa, un salire al Colle tutti insieme per dire che la missione è finita. Il calcolo è tutto politico, e c’è un ostacolo che fa paura.
Governo, si pensa allo strappo: elezioni anticipate già a gennaio
Ora che la manovra da 26 miliardi per il 2027 è stata varata dal governo ed entro fine anno sarà approvata dalle Camere, cosa resta da fare a Giorgia Meloni e al centrodestra? È il motivo per cui il ritorno ai seggi potrebbe essere molto più rapido di quanto previsto. Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il parlamento, ha detto che se il voto – Sergio Mattarella permettendo – “fosse a maggio-giugno, non sarebbe nulla di tragico. La coalizione di centrodestra è pronta”.
Secondo fonti di Fdi, Meloni potrebbe chiedere agli alleati di salire con lei da Mattarella nelle prime settimane del 2027, forse già a gennaio, per dirgli che il governo considera conclusa la propria missione e che nessuno di loro intende sostenere un altro esecutivo. La prassi dice che quando la maggioranza non vuole sostenere un altro governo, il Colle ha poche alternative: sciogliere subito le Camere o rimandare il governo in Parlamento per far mancare la fiducia, come fece la Dc nel 1987.
Perché la fretta: il rischio Consulta sulla legge elettorale
L’accelerazione servirebbe ad anticipare il verdetto della Corte costituzionale sulla legge elettorale, ritenuto insidioso per il “premio di governabilità” al Senato. I comitati ricorrenti sostengono che è incostituzionale perché introduce a Palazzo Madama un premio su base nazionale, mentre l’art. 57 dice che il Senato “è eletto a base regionale”. Se il premio fosse cancellato, nessun schieramento avrebbe la maggioranza. La Consulta, guidata dal neo presidente Francesco Viganò dal 14 novembre, ha detto di voler dimezzare i tempi, ma difficilmente arriverebbe in tempo se le Camere fossero sciolte a gennaio.
Il nodo del 70° anniversario dei Trattati di Roma
Rimane la questione del 70° anniversario dei Trattati di Roma, che sarà celebrato a marzo. C’era la possibilità di dimettersi dopo quell’evento per votare a maggio o giugno. Ma Meloni si presenterebbe da premier dimissionario, con meno poteri. Un prezzo che potrebbe valere la pena di pagare per andare alle urne con una legge che garantisca un vincitore certo.


