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“Contenta che lei lo difenda”. Caso Siher, Meloni massacra così il giornalista di Repubblica

Pubblicato: 29/10/2026 11:17

Il confronto tra politica, magistratura e informazione torna al centro del dibattito pubblico, con una vicenda giudiziaria che continua a suscitare reazioni e prese di posizione. Le parole pronunciate dai rappresentanti delle istituzioni, soprattutto quando riguardano decisioni della giustizia, possono alimentare un confronto che va oltre il singolo episodio e coinvolge il rapporto tra poteri dello Stato, responsabilità pubbliche e libertà di critica.

In queste occasioni, il significato delle dichiarazioni e la precisione dei termini utilizzati assumono un peso particolare. Una frase, un riferimento temporale o una valutazione espressa pubblicamente possono diventare oggetto di discussione, soprattutto quando riguardano persone coinvolte in procedimenti giudiziari. Il confronto si concentra così non soltanto sulle decisioni adottate dai tribunali, ma anche sulle parole scelte da chi ricopre incarichi istituzionali.

È in questo contesto che si inserisce la risposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni al giornalista di Repubblica Giuseppe Colombo, durante la conferenza stampa dedicata alla manovra economica. Al centro dello scambio c’è il caso di Youssef Siher, il trentenne scarcerato dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, e il video pubblicato dalla premier per commentare quella decisione.
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Il confronto con Giuseppe Colombo e la precisazione di Meloni

Durante la conferenza stampa, Colombo ha riportato l’attenzione sulle dichiarazioni della presidente del Consiglio riguardanti la scarcerazione di Siher. Meloni ha risposto riconoscendo un errore nella formulazione utilizzata nel suo precedente intervento, precisando però di non voler modificare la sostanza delle proprie considerazioni.

«Sono molto contenta che lei ci tenga a difendere questa persona. Effettivamente nel video io ho sbagliato il tempo di un verbo perché il tempo del verbo che avrei dovuto usare, mi perdoni, era delle manifestazioni che avevano portato alle devastazioni, invece ho sbagliato effettivamente il verbo e ho detto che hanno portato alle devastazioni. Ciò non toglie che Youssef Siher, come lei sa, era indagato, c’è scritto nell’ordinanza del giudice, esattamente per quello che io ho detto. Quindi ho sbagliato il tempo di un verbo, mi scuso, sono contenta che lei ci tenga a difenderlo», ha dichiarato la premier.

Il passaggio centrale della risposta riguarda dunque la distinzione tra le manifestazioni già avvenute e gli eventi ai quali Meloni aveva fatto riferimento nel video. La presidente del Consiglio ha riconosciuto di aver utilizzato un tempo verbale che, a suo giudizio, non descriveva correttamente la sequenza temporale dei fatti.

La precisazione non ha però comportato un arretramento rispetto alla sua posizione sulla vicenda giudiziaria. Meloni ha infatti richiamato l’esistenza dell’indagine a carico di Siher, sostenendo che l’ordinanza del giudice contenesse gli elementi ai quali aveva fatto riferimento.

Il video sulla scarcerazione di Youssef Siher

La polemica era nata dopo la pubblicazione di un video nel quale la presidente del Consiglio aveva definito «vergognosa» la decisione del Gip del Tribunale di Milano di disporre la scarcerazione del trentenne, indicato nel testo come figura di riferimento della pagina social «Movimento 17 ottobre».

Il caso ha alimentato il confronto sulle valutazioni espresse dalla politica in relazione ai provvedimenti giudiziari. Da una parte, la premier ha difeso le proprie dichiarazioni, richiamando il lavoro svolto da chi aveva operato per prevenire nuovi episodi di devastazione. Dall’altra, il contenuto del video e il giudizio formulato sulla decisione del magistrato hanno aperto una discussione sui toni e sulle modalità con cui le istituzioni commentano l’attività della giustizia.

Nel suo intervento, Meloni ha chiarito di non considerare il video un attacco alla magistratura. «Non vedo quello che ho detto come un attacco, ma come una difesa del lavoro che conosco di tutti i servitori dello Stato che hanno lavorato con enorme dedizione per evitare che si ripetesse quello che avevamo visto il 17 ottobre e non si è ripetuto e mi dispiace che quel lavoro venga vanificato», ha affermato.

La presidente del Consiglio ha quindi ricondotto la propria presa di posizione alla volontà di riconoscere l’impegno delle persone coinvolte nelle attività di prevenzione e di tutela dell’ordine pubblico. La sua ricostruzione rimane una valutazione politica della vicenda, distinta dalle motivazioni giuridiche alla base del provvedimento di scarcerazione.

Il richiamo all’Anm e il confronto sui toni della politica

Nel corso della risposta, Meloni ha affrontato anche le critiche ricevute dall’Associazione nazionale magistrati (Anm), contestando l’idea che le proprie parole debbano essere considerate un attacco ai giudici.

La premier ha sostenuto di avere il dovere di difendere il lavoro delle persone che, secondo la sua ricostruzione, si sono impegnate per evitare il ripetersi delle devastazioni. «Non pare che sia scomposto dirlo, mi pare che scomposto sia altro, tipo dire ‘chi non salta la Meloni è’ (il riferimento ai giudici che esultarono dopo la vittoria dei No al referendum costituzionale sulla riforma della Giustizia, ndr), non sono i miei toni e non sono i miei metodi ma ho il dovere di difendere che ho visto fare da tanta gente perché vogliamo difendere la gente perbene dalla devastazione che abbiamo visto».

Il riferimento è agli episodi di esultanza attribuiti ad alcuni magistrati dopo la vittoria del No al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Meloni ha utilizzato quel precedente per sostenere che, a suo avviso, il dibattito dovrebbe tenere conto anche di altre espressioni pubbliche rivolte alla politica.

La discussione si sposta così sul terreno del linguaggio istituzionale e dei limiti del confronto tra poteri dello Stato. Le critiche alle decisioni giudiziarie rientrano nel dibattito pubblico, ma la valutazione politica di un provvedimento non coincide con l’accertamento delle responsabilità penali, che spetta agli organi giudiziari attraverso le procedure previste.

Il caso Siher e le questioni ancora al centro del dibattito

Lo scambio tra Giorgia Meloni e Giuseppe Colombo ha riportato l’attenzione sul significato delle parole utilizzate nel video sulla scarcerazione di Youssef Siher. La premier ha riconosciuto un errore nel tempo verbale, ha formulato le proprie scuse per quella imprecisione e ha contemporaneamente confermato la sostanza della sua critica.

La vicenda continua a intrecciare due questioni distinte: da un lato, il contenuto della decisione del Gip di Milano e gli elementi riportati nell’ordinanza; dall’altro, il modo in cui la politica commenta pubblicamente i provvedimenti della magistratura.

Per comprendere pienamente il caso è importante mantenere separati i diversi piani. L’esistenza di un’indagine non equivale a una condanna e non consente, da sola, di considerare accertate eventuali responsabilità penali. Allo stesso modo, le valutazioni espresse dalla presidente del Consiglio rappresentano la sua posizione politica e non sostituiscono le motivazioni del giudice.

Il confronto in conferenza stampa ha quindi chiarito la precisazione linguistica di Meloni, senza chiudere la discussione sul merito delle sue dichiarazioni. Restano al centro dell’attenzione il provvedimento di scarcerazione, il contenuto del video e il rapporto tra critica politica e rispetto delle decisioni giudiziarie.

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