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Iran, Khamenei minaccia attacchi senza confini. Gli Usa valutano nuovi raid dal 4 novembre

Pubblicato: 31/10/2026 15:29

Il 4 novembre potrebbe segnare l’inizio di una nuova offensiva militare americana contro l’Iran. Washington avrebbe avvertito gli alleati del Golfo Persico di prepararsi a una campagna di bombardamenti breve ma particolarmente intensa, da avviare subito dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, previste per martedì 3 novembre. L’indiscrezione, pubblicata dall’emittente americana MS NOW sulla base delle testimonianze di tre alti funzionari arabi, arriva mentre i rapporti tra Washington e Teheran attraversano una fase di estrema tensione. E la risposta iraniana non si è fatta attendere, con una minaccia che lascia aperta la possibilità di un nuovo allargamento del conflitto.

La Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha ordinato ai vertici militari di prepararsi a rispondere a qualsiasi nuovo attacco americano o israeliano con operazioni immediate, efficaci e prive di limitazioni geografiche. Le istruzioni sono state diffuse attraverso una dichiarazione ufficiale dopo un incontro con i principali comandanti delle forze armate. Secondo quanto comunicato da Teheran, Khamenei ha inoltre disposto un aggiornamento dell’elenco degli obiettivi da colpire, includendo tutte le risorse materiali e immateriali riconducibili agli Stati Uniti e a Israele. Un avvertimento che coinvolge potenzialmente l’intero sistema degli interessi americani nella regione.

La minaccia iraniana e il possibile piano militare americano

La riunione con i vertici militari iraniani rappresenta un passaggio particolarmente significativo. Si tratta del primo incontro reso pubblico tra Khamenei e i tre principali responsabili delle forze armate dall’inizio della guerra del 28 febbraio scorso. Al colloquio avrebbero partecipato il capo di Stato maggiore Ali Abdollahi, il comandante dell’esercito Amir Hatami e il comandante dei Guardiani della Rivoluzione Ahmad Vahidi. Khamenei, succeduto al padre Ali Khamenei dopo la sua uccisione nei bombardamenti americani e israeliani, non è più apparso pubblicamente dalla sua ascesa alla guida della Repubblica islamica. Anche le nuove direttive sono state rese note attraverso una comunicazione scritta.

Il messaggio politico e militare è esplicito: qualora riprendessero i bombardamenti, Teheran non intende considerarsi vincolata a rispondere soltanto contro le forze direttamente coinvolte nelle operazioni. Khamenei ha sostenuto che saranno le forze armate iraniane a determinare tempi e condizioni dell’eventuale conclusione delle ostilità. Ha inoltre chiesto un rafforzamento della capacità di deterrenza e della preparazione operativa. Durante l’incontro, i comandanti avrebbero illustrato le condizioni dei dispositivi militari lungo le coste del Golfo Persico, nello Stretto di Hormuz, nel Golfo dell’Oman e sulle frontiere settentrionali e meridionali del Paese.

Secondo il resoconto diffuso dall’ufficio della Guida Suprema, i vertici militari hanno riferito anche di un forte aumento nella produzione di munizioni, armamenti da combattimento, sistemi di ricognizione e strumenti di supporto alle operazioni. Khamenei ha insistito sulla necessità di ampliare le capacità tecnologiche e di intelligence, oltre che sulla cooperazione tra le diverse organizzazioni armate alleate dell’Iran. Anche il portavoce dell’esercito, Mohammad Akraminia, ha avvertito Washington che una nuova offensiva rischierebbe di estendere la guerra a un’area geografica molto più vasta rispetto a quella già coinvolta nei combattimenti dei mesi precedenti.

Sul versante americano, le indiscrezioni indicano che l’amministrazione Donald Trump starebbe considerando una nuova operazione militare subito dopo il voto del 3 novembre. Secondo MS NOW, gli alleati del Golfo sarebbero stati informati della possibilità di attacchi a partire da mercoledì 4 novembre. Washington non conduce bombardamenti diretti contro l’Iran dal primo settembre e Trump aveva assicurato che non avrebbe disposto nuove operazioni prima delle elezioni. Interpellata sulle notizie, la Casa Bianca ha evitato di confermare o smentire l’esistenza di un piano operativo, ribadendo che il presidente mantiene disponibili tutte le opzioni per impedire all’Iran di acquisire armi nucleari.

Le valutazioni militari riportate dalla stampa americana descrivono scenari anche più ampi di una semplice operazione limitata. Secondo Axios, funzionari statunitensi e israeliani avrebbero discusso l’ipotesi di una campagna di bombardamenti della durata di circa una settimana, diretta contro obiettivi militari, infrastrutture energetiche, installazioni nucleari e centri del potere iraniano. Nei giorni scorsi il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, avrebbe avuto un colloquio con l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom americano, nell’ambito del coordinamento relativo a possibili operazioni. Non risulta tuttavia annunciato alcun ordine definitivo di attacco, né è stata confermata una data per l’inizio dei bombardamenti.

Uno degli elementi più delicati riguarda la posizione delle monarchie arabe del Golfo. Gli Stati Uniti dispongono nella regione di una vasta rete di basi, installazioni e strutture militari, ma i governi che ospitano queste forze temono di diventare obiettivi della rappresaglia iraniana. Uno dei funzionari consultati da MS NOW ha spiegato che non sarebbe sorprendente un’eventuale opposizione di alcuni Paesi all’utilizzo delle basi americane sul proprio territorio per colpire Teheran. Non sono stati indicati governi che abbiano già formalmente assunto questa posizione, ma la preoccupazione riflette il rischio di coinvolgere direttamente Stati che stanno tentando di favorire una soluzione diplomatica.

Le minacce iraniane riguardano anche le infrastrutture energetiche. Secondo quanto riferito da Axios, Teheran avrebbe avvertito che eventuali attacchi americani contro il suo settore petrolifero ed energetico potrebbero provocare rappresaglie contro impianti di petrolio e gas in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait e Bahrein. La prospettiva è particolarmente preoccupante per gli equilibri economici internazionali, già condizionati dalla crisi dello Stretto di Hormuz. Una nuova offensiva potrebbe inoltre provocare una ripresa degli attacchi missilistici contro Israele e un coinvolgimento di Hezbollah dal territorio libanese, con conseguenze difficili da contenere entro i confini iraniani.

La situazione a Hormuz dimostra quanto sia fragile l’equilibrio raggiunto negli ultimi mesi. Le autorità iraniane continuano a contestare il transito delle imbarcazioni che non utilizzano le rotte da loro autorizzate, mentre gli Stati Uniti sostengono di garantire la sicurezza della navigazione attraverso il sostegno delle proprie forze aeronavali. Negli ultimi giorni sono stati segnalati nuovi incidenti contro petroliere e navi commerciali. Il servizio britannico di sicurezza marittima UKMTO ha riferito di un attacco nel quale ordigni applicati allo scafo di una petroliera hanno provocato un’esplosione e un incendio nella sala macchine, nei pressi della penisola omanita di Musandam. Un ulteriore elemento di tensione in una delle rotte più importanti per il commercio mondiale di energia.

La mediazione del Qatar e il nodo del programma nucleare

Mentre le forze armate preparano gli scenari militari, è in corso un tentativo diplomatico per scongiurare una nuova fase della guerra. Il Qatar ha intensificato i contatti con Teheran e Washington, cercando di costruire un’intesa prima delle elezioni americane. Venerdì 30 ottobre una delegazione qatariota ha condotto nella capitale iraniana colloqui durati oltre dodici ore, mantenendo contatti regolari con la Casa Bianca. Le discussioni sono proseguite sabato a Doha. Secondo fonti diplomatiche citate dalla stampa americana, i negoziati avrebbero registrato qualche progresso, senza arrivare però a un accordo sulle condizioni necessarie per riprendere le trattative dirette.

Al centro dell’iniziativa si trova anche una lettera inviata dal vicepresidente americano JD Vance a Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano. La comunicazione, consegnata attraverso i mediatori del Qatar, avrebbe proposto la ripresa di un confronto diretto tra Washington e Teheran. Il principale ostacolo rimane il programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti chiedono impegni concreti sulle attività di arricchimento dell’uranio e sul destino delle scorte già accumulate, oltre alla possibilità di ripristinare ispezioni internazionali negli impianti colpiti durante i precedenti bombardamenti.

La posizione iraniana segue una sequenza differente. Teheran chiede innanzitutto la rimozione del blocco navale americano, un allentamento delle sanzioni sulle esportazioni petrolifere e lo sblocco di risorse finanziarie congelate. Soltanto dopo questi passaggi sarebbe disposta ad affrontare determinate concessioni in materia nucleare. I mediatori stanno cercando di superare lo stallo proponendo misure reciproche e graduali: il ritorno degli ispettori internazionali in alcuni siti nucleari in cambio di alleggerimenti mirati delle restrizioni economiche. Tra le ipotesi discusse figura anche il recupero degli accordi sulle ispezioni raggiunti al Cairo nel settembre 2025, successivamente sospesi.

L’intervento di Vance ha assunto un significato particolare anche per gli equilibri interni all’amministrazione americana. Secondo le ricostruzioni di Axios, a Washington convivono orientamenti differenti. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario di Stato Marco Rubio sarebbero fortemente scettici sulla possibilità di raggiungere un’intesa nucleare con l’attuale leadership iraniana. Vance, insieme agli inviati presidenziali Steve Witkoff e Jared Kushner, sarebbe invece favorevole a verificare la possibilità di riprendere i negoziati. Il segretario al Tesoro Scott Bessent punterebbe a lasciare maggiore spazio alla pressione economica esercitata dalle sanzioni e dal blocco navale.

Trump continua a mantenere una posizione aperta a entrambe le possibilità. Il presidente ha riconosciuto l’esistenza di contatti diplomatici, pur dichiarando di non sapere se potranno produrre risultati concreti. Ha inoltre presentato la lettera di Vance come un’iniziativa collegata alla necessità di favorire l’arrivo di forniture mediche in Iran, ridimensionando così le interpretazioni che la descrivono come il primo passo verso un nuovo negoziato complessivo. La Casa Bianca ha anche precisato che l’esito delle elezioni di metà mandato non determinerà le decisioni presidenziali sull’Iran, nonostante le indiscrezioni colleghino la possibile offensiva proprio alla conclusione del voto.

Anche Israele segue direttamente l’evoluzione della crisi. Secondo Axios, il primo ministro Benjamin Netanyahu starebbe sollecitando Trump a considerare un’operazione congiunta contro l’Iran subito dopo le elezioni americane. La prospettiva si inserisce in un quadro strategico nel quale il governo israeliano considera prioritario impedire il recupero delle capacità militari iraniane e affrontare la questione del programma nucleare. Un eventuale intervento coordinato tra Stati Uniti e Israele potrebbe però provocare una risposta su diversi fronti, compreso quello libanese, rendendo ancora più complessa la gestione delle conseguenze militari e diplomatiche.

Le capitali arabe cercano invece di evitare una nuova escalation. Durante un incontro sulla sicurezza in Bahrein, il viceministro degli Esteri saudita Waleed ElKhereiji ha ribadito che i Paesi della regione vogliono il ritorno alla pace e stanno lavorando per impedire un ulteriore scontro. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty, che ha avvertito del rischio di una seconda fase del conflitto ancora più pericolosa e distruttiva. Arabia Saudita e Turchia avrebbero inoltre chiesto direttamente a Trump di concedere altro tempo ai negoziati, mentre Qatar, Pakistan ed Egitto continuano a sostenere gli sforzi diplomatici.

La scadenza del 4 novembre resta dunque al centro di una situazione nella quale preparativi militari e iniziative diplomatiche procedono contemporaneamente. Gli Stati Uniti non hanno confermato la decisione di attaccare, ma non hanno neppure escluso nuove operazioni. L’Iran, da parte sua, ha annunciato che un’eventuale ripresa dei bombardamenti potrebbe provocare una risposta molto più estesa rispetto al passato. Il punto decisivo è il tempo a disposizione della diplomazia: pochi giorni per trovare una formula accettabile sul nucleare, sulle sanzioni e sulla sicurezza della navigazione. In assenza di un’intesa, la crisi rischia di aprire un’altra fase del confronto militare tra Washington, Israele e Teheran, con conseguenze destinate a coinvolgere l’intera regione.

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