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Bare cinesi a basso costo, allarme dei produttori europei: «Costano un terzo di quelle italiane»

Pubblicato: 31/10/2026 18:21

L’industria europea delle bare in legno è sempre più sotto pressione per la concorrenza dei produttori cinesi. I prezzi particolarmente bassi delle merci importate stanno mettendo in difficoltà le aziende del settore, con conseguenze già evidenti sul numero di fabbriche ancora attive. In cinque anni, infatti, un quarto dei produttori europei ha cessato l’attività, mentre le importazioni dalla Cina sono aumentate sensibilmente. Una situazione che ha spinto le imprese a chiedere l’intervento delle istituzioni comunitarie.

Come riporta Politico, nelle scorse settimane una delegazione di produttori europei ha incontrato i funzionari della Commissione europea per sollecitare l’apertura di un’indagine antidumping. L’obiettivo è verificare se le aziende cinesi beneficino di sussidi pubblici e altre condizioni favorevoli tali da consentire loro di vendere i prodotti a prezzi artificialmente bassi. I fabbricanti chiedono quindi a Bruxelles di verificare l’esistenza di una concorrenza sleale e valutare eventuali misure per proteggere il comparto europeo.

Il calo dei produttori e l’aumento delle importazioni

I numeri descrivono un settore in difficoltà. Negli ultimi cinque anni, le aziende europee produttrici di bare sono passate da 120 a 90. Una riduzione di circa il 25%, che testimonia le difficoltà incontrate dalle imprese nel competere con i prezzi dei concorrenti asiatici. Nello stesso periodo, le importazioni di bare in legno dalla Cina verso l’Unione europea sono quasi raddoppiate in valore.

Nel 2022 le merci importate valevano complessivamente circa 16 milioni di euro, mentre nel 2025 la cifra ha raggiunto i 28 milioni di euro. Un incremento che ha alimentato le preoccupazioni dei produttori europei, sempre più esposti alla pressione dei manufatti provenienti dalla Cina. La richiesta di un’indagine a Bruxelles nasce proprio dalla necessità di accertare se dietro questa differenza di prezzo ci siano condizioni commerciali non eque.

Le bare cinesi costano fino a tre volte meno

Uno degli elementi centrali della protesta riguarda la differenza tra i costi di produzione. In un’interrogazione rivolta al commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic, alcuni eurodeputati di Fratelli d’Italia avevano già portato all’attenzione delle istituzioni comunitarie i dati relativi al comparto.

Secondo le cifre riportate nell’interrogazione, produrre una bara in Italia costa mediamente 260 euro, mentre in Cina la spesa si aggirerebbe intorno agli 80 euro. Questo consentirebbe ai produttori cinesi di proporre i propri articoli sul mercato europeo a prezzi compresi tra 100 e 110 euro. Tra i fattori che contribuirebbero a determinare il divario vengono indicati il costo del lavoro, la disponibilità di legname a basso prezzo e i presunti incentivi statali alle esportazioni.

L’allarme sulle vernici tossiche

Le preoccupazioni dei produttori europei non riguardano soltanto la tenuta economica delle aziende. Nel dossier sottoposto alla Commissione europea vengono sollevati anche interrogativi sulla sicurezza dei materiali utilizzati per fabbricare le bare importate dalla Cina.

Secondo le denunce presentate dai parlamentari europei, alcuni produttori cinesi utilizzerebbero vernici contenenti sostanze vietate nell’Unione europea. Il problema riguarderebbe soprattutto le emissioni durante la cremazione, quando determinati componenti chimici potrebbero liberare nell’atmosfera microparticelle potenzialmente cancerogene. Si tratta di contestazioni che dovranno essere verificate attraverso gli opportuni accertamenti. I produttori chiedono inoltre controlli più rigorosi sulle merci che entrano nel mercato comunitario.

Il trucco delle bare smontate per aggirare i dazi

Un altro punto sollevato nel dossier riguarda le modalità con cui alcune merci cinesi arriverebbero in Europa. I produttori denunciano infatti l’esistenza di una pratica ribattezzata «scappatoia Ikea», che consentirebbe di aggirare i controlli doganali attraverso la spedizione delle bare smontate.

Secondo questa ricostruzione, i prodotti verrebbero esportati dalla Cina sotto forma di singoli componenti, imballati in confezioni piatte e dichiarati alle dogane utilizzando codici merceologici generici riferiti al legno o all’arredamento. Una volta arrivati in Europa, i pezzi verrebbero assemblati sul territorio nazionale e commercializzati come bare finite. In questo modo, le importazioni potrebbero sfuggire alle statistiche specifiche del settore e agli eventuali dazi applicabili ai prodotti già assemblati.

La questione è particolarmente rilevante per il mercato italiano, dove i produttori ritengono che i dati ufficiali possano sottostimare il volume effettivo delle importazioni. Per ottenere eventuali misure antidumping o tariffe protettive, le aziende dovranno ora presentare alla Commissione europea documenti e prove sufficienti a dimostrare sia il danno economico subito sia il collegamento diretto con le pratiche commerciali contestate. Bruxelles dovrà quindi valutare gli elementi raccolti prima di decidere se avviare un’indagine formale.

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