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Vulci Libri nasce a Viterbo: Denise Pardo racconta il Cairo cosmopolita e perduto

Pubblicato: 05/11/2026 17:41

C’è un filo culturale che unisce l’antica Vulci, una delle grandi città dell’Etruria, al Cairo del Novecento. È il filo degli incontri fra civiltà, delle culture che si mescolano, delle identità che convivono e della memoria di mondi scomparsi. Proprio da questo suggestivo accostamento prende il via Vulci Libri, il nuovo progetto culturale della Fondazione Vulci, che debutta a Viterbo martedì 10 novembre alle ore 17, nella Sala Regia di Palazzo dei Priori. Protagonista dell’incontro sarà la scrittrice Denise Pardo, che presenterà il suo romanzo Tornare al Cairo, pubblicato da Neri Pozza nella collana Bloom.

A dialogare con l’autrice sarà Arturo Zampaglione, giornalista e per circa vent’anni corrispondente da New York per Repubblica. L’appuntamento, organizzato in collaborazione con il Comune di Viterbo, segna l’avvio di un’iniziativa che vuole portare l’attività della Fondazione Vulci oltre i confini del Parco archeologico, facendo della letteratura un’occasione di incontro e di confronto. La scelta del romanzo inaugurale appare particolarmente significativa: una storia che attraversa il Mediterraneo e racconta una città nella quale, per decenni, lingue, religioni e tradizioni diverse hanno contribuito a costruire una straordinaria esperienza di convivenza.

Il Cairo, la memoria e la fine di un mondo

Nata al Cairo e trasferitasi in Italia nel 1961, Denise Pardo conosce intimamente quel mondo. Lo aveva già raccontato nel suo primo romanzo, La casa sul Nilo, ricostruendo attraverso la memoria familiare la vita della comunità ebraica nell’Egitto cosmopolita e il progressivo sgretolarsi di un equilibrio che sembrava destinato a durare. Con Tornare al Cairo, uscito nel novembre 2025, la scrittrice compie un passo ulteriore: affida alla finzione narrativa una storia d’amore nella quale le passioni individuali si intrecciano ai grandi rivolgimenti politici del Novecento.

TORNARE AL CAIRO

Il romanzo prende avvio nel 1940. Kate Lambert è una giovane inglese che lascia una Londra minacciata dalla guerra e scopre una città capace di affascinarla immediatamente. Il Cairo è una metropoli luminosa, attraversata da lingue e culture differenti, dai grandi alberghi frequentati dalla società internazionale ai vicoli popolari, dalle pasticcerie eleganti alle passeggiate lungo il Nilo. Qui Kate incontra Hafez, un egiziano colto, educato in Inghilterra, vicino agli ambienti nazionalisti che preparano la fine della monarchia di re Farouk e l’ascesa di Gamal Abdel Nasser. Tra i due nasce una passione destinata a scontrarsi con le differenze culturali e con le trasformazioni della storia.

Ma Tornare al Cairo è soprattutto un romanzo sull’identità e sul rapporto fra libertà individuale e appartenenza collettiva. L’indipendenza nazionale, la fine del colonialismo, l’affermazione del nazionalismo e le tensioni religiose trasformano progressivamente una società che aveva fatto della pluralità una delle proprie caratteristiche. Il sentimento tra Kate e Hafez diventa così il luogo nel quale si incontrano, e finiscono per scontrarsi, due diverse idee del mondo. In un’intervista, Denise Pardo ha espresso un pensiero che sembra racchiudere il significato più profondo del libro: «Non sei mai salvo, se la diversità è vista come qualcosa da cui guardarsi».

La scrittrice non si limita a inseguire nostalgicamente un passato perduto. Attraverso la letteratura interroga una delle grandi questioni della contemporaneità: come possono le società conservare la propria identità senza trasformare le differenze in confini invalicabili? Il Cairo che racconta è una città della memoria, ma anche il simbolo di una possibilità storica, quella di un Mediterraneo capace di essere luogo di incontro prima ancora che di separazione. Un tema che attraversa entrambi i suoi romanzi e che ha portato Pardo a confrontarsi, anche in sedi culturali internazionali, con altri scrittori legati alla memoria dell’Egitto, come André Aciman.

Da Vulci a Viterbo, la cultura supera i confini

In questo senso, l’inaugurazione di Vulci Libri acquista un significato che va oltre la semplice presentazione editoriale. L’antica Vulci fu una delle maggiori città dell’Etruria marittima, protagonista degli scambi commerciali e culturali che attraversavano il Mediterraneo. Il suo patrimonio archeologico racconta ancora oggi una civiltà aperta ai rapporti con altri popoli. È proprio questa vocazione storica all’incontro che la Fondazione Vulci intende recuperare attraverso un’iniziativa dedicata alla lettura e alla circolazione delle idee.

A spiegare il senso del progetto è la presidente della Fondazione, Laura Allegrini, che sottolinea la volontà di ampliare l’impegno culturale dell’ente e di costruire occasioni di confronto rivolte all’intero territorio. L’obiettivo dichiarato è fare di Vulci Libri uno spazio aperto, capace di coinvolgere pubblici differenti e di stabilire una collaborazione continuativa con le istituzioni e le realtà culturali della Tuscia. La decisione di inaugurare la rassegna proprio nella Sala Regia di Palazzo dei Priori, grazie alla collaborazione del Comune di Viterbo, rappresenta dunque una scelta coerente con questa prospettiva.

La Fondazione sta del resto sviluppando una rete di relazioni che guarda oltre il sito archeologico. Dalla collaborazione con l’Università della Tuscia ai rapporti con le istituzioni museali nazionali, si delinea un’idea di valorizzazione nella quale la ricerca scientifica, la tutela del patrimonio, la divulgazione e le iniziative culturali diventano parti di un unico progetto. Vulci Libri si inserisce in questo percorso con una proposta interessante: non limitarsi a raccontare il passato attraverso le testimonianze materiali, ma utilizzare la letteratura per mettere in relazione epoche, luoghi e sensibilità differenti.

L’appuntamento di martedì 10 novembre offre quindi a Viterbo una duplice occasione: incontrare una scrittrice che ha saputo trasformare la propria memoria in racconto letterario e assistere alla nascita di un progetto che ambisce ad arricchire la vita culturale della Tuscia. Al termine della conversazione con Arturo Zampaglione è previsto un firmacopie con Denise Pardo. Tra le antiche pietre di Vulci e le pagine dedicate al Cairo si ritrova, in fondo, la stessa suggestione: le civiltà lasciano tracce non soltanto nei monumenti, ma nelle storie, negli incontri e nelle memorie che continuano a essere raccontate.

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