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Reddito di cittadinanza, 1,7 miliardi di assegni indebiti: quasi tutto deve ancora essere recuperato

Pubblicato: 07/11/2026 12:56

Oltre 1,7 miliardi di euro di Reddito e Pensione di cittadinanza erogati senza che ne ricorressero i presupposti, dei quali 1,46 miliardi risultavano ancora da recuperare alla fine del 2025. Sono le cifre indicate dal ministro del Lavoro Marina Calderone, che riaprono il confronto sui controlli applicati alla misura introdotta nel 2019 e cancellata alla fine del 2023.

Il dato è imponente e mostra una falla rilevante nel sistema di verifica, ma richiede una precisazione fondamentale: gli “indebiti accertati” non coincidono automaticamente con 1,7 miliardi di truffe penalmente accertate. La categoria comprende prestazioni risultate non dovute dopo i controlli, anche per omissioni, variazioni reddituali non comunicate, dichiarazioni inesatte o perdita successiva dei requisiti. All’interno di questa somma esistono certamente condotte fraudolente, ma non ogni debito verso l’Inps corrisponde necessariamente a un reato.

La cifra comunicata dal ministro Calderone

“Tra Reddito e Pensione di cittadinanza gli indebiti accertati superano 1,7 miliardi di euro”, ha dichiarato Calderone durante la trasmissione 4 di sera. Alla data del 31 dicembre 2025, secondo i numeri dell’Inps citati dal ministro, restavano ancora da riscuotere 1,46 miliardi, dei quali 1,16 miliardi maturati nel solo triennio compreso tra il 2021 e il 2023.

Ciò significa che circa l’86% delle somme contestate non era ancora rientrato nelle casse pubbliche. Una parte degli importi potrà essere recuperata attraverso pagamenti spontanei, compensazioni, procedure esecutive e provvedimenti giudiziari. Un’altra parte rischia però di restare definitivamente inesigibile, soprattutto quando i debitori non dispongono di redditi, beni o altre prestazioni sulle quali effettuare trattenute.

Il vero problema non riguarda quindi soltanto l’erogazione iniziale, ma anche la difficoltà di recuperare il denaro una volta che è stato versato. Quando le verifiche arrivano a distanza di anni, le somme possono essere già state spese e la restituzione può diventare estremamente lunga oppure impossibile.

Indebiti e truffe non sono la stessa cosa

Presentare l’intero ammontare come una “truffa da 1,7 miliardi” è una semplificazione giornalistica che non descrive con precisione la natura del dato. Un indebito si verifica ogni volta che l’Inps accerta che una prestazione è stata corrisposta in assenza dei requisiti previsti, in tutto o in parte.

La truffa presuppone invece una condotta dolosa: l’utilizzo consapevole di dichiarazioni false, documenti contraffatti o altre manipolazioni finalizzate a ottenere denaro pubblico. Per parlare di responsabilità penale servono indagini e, in ultima istanza, una decisione dell’autorità giudiziaria.

Tra gli indebiti possono rientrare casi molto differenti: chi ha nascosto redditi o patrimoni, chi ha simulato una residenza in Italia, chi non ha comunicato lo stato di detenzione o una condanna incompatibile con il beneficio, ma anche chi ha continuato a ricevere l’assegno dopo una variazione della propria situazione familiare o lavorativa non registrata tempestivamente.

La distinzione non riduce la gravità del problema amministrativo. Anche quando non esiste una frode penalmente dimostrata, infatti, rimane il fatto che risorse destinate al contrasto della povertà sono state versate a soggetti che non avrebbero dovuto riceverle.

Una spesa complessiva superiore a 34 miliardi

Il Reddito e la Pensione di cittadinanza sono stati erogati dall’aprile 2019 al dicembre 2023. Nel periodo di vigenza hanno raggiunto almeno una volta circa 2,4 milioni di nuclei familiari e 5,3 milioni di persone, per una spesa pubblica complessiva superiore a 34 miliardi di euro.

Rapportando gli 1,7 miliardi di indebiti al costo totale della misura, la quota si colloca intorno al 5%. È una percentuale rilevante, soprattutto in termini assoluti, ma non consente di sostenere che il Reddito di cittadinanza sia stato percepito irregolarmente dalla maggioranza dei beneficiari.

I controlli delle forze dell’ordine hanno spesso mostrato percentuali molto elevate di irregolarità, ma si tratta generalmente di verifiche mirate su posizioni già considerate anomale attraverso analisi di rischio e incroci di banche dati. Non rappresentano quindi un campione casuale dell’intera platea e non possono essere estesi automaticamente a tutti coloro che hanno ricevuto il sostegno.

Come venivano ottenuti gli assegni senza averne diritto

Le indagini condotte negli anni hanno portato alla luce modalità di abuso molto diverse. In alcuni casi sono stati scoperti beneficiari che dichiaravano di vivere stabilmente in Italia pur risiedendo all’estero. Altri avevano omesso redditi, proprietà immobiliari, attività economiche o variazioni nella composizione del nucleo familiare.

Un filone ha riguardato persone detenute o condannate per reati incompatibili con l’accesso al beneficio. Nel giugno 2026 l’Inps e la Guardia di finanza hanno comunicato di avere individuato, a partire dal gennaio 2025, oltre 3.300 percettori privi dei requisiti, con una somma indebitamente riscossa superiore a 43 milioni di euro.

Le verifiche sulle domande presentate da persone che non avevano dichiarato lo stato detentivo o la presenza di condanne ostative hanno registrato, tra le posizioni selezionate attraverso l’analisi di rischio, un tasso di irregolarità superiore all’82%. Altri accertamenti hanno interessato beneficiari titolari di partite Iva, cariche o partecipazioni societarie.

Sono emersi anche sistemi più organizzati, costruiti attraverso documentazioni false e domande presentate per persone prive del requisito di residenza. In alcune indagini sono stati coinvolti intermediari e strutture incaricate di assistere i richiedenti nella compilazione delle pratiche.

Il limite dei controlli effettuati dopo il pagamento

Secondo Calderone, uno dei principali difetti del Reddito di cittadinanza consisteva nell’affidamento prevalente ai controlli successivi all’erogazione. Il beneficio poteva iniziare a essere pagato sulla base delle dichiarazioni fornite dal richiedente, mentre alcune verifiche arrivavano soltanto in un secondo momento.

Questo modello accelerava l’accesso al sostegno per chi si trovava realmente in difficoltà, ma aumentava il rischio che dichiarazioni false, incomplete o non aggiornate venissero individuate quando lo Stato aveva già erogato numerose mensilità.

La frammentazione delle informazioni tra Inps, Comuni, amministrazione fiscale, ministero della Giustizia e altre strutture pubbliche ha complicato ulteriormente le verifiche. In diversi casi, dati decisivi per accertare l’incompatibilità con la prestazione non erano immediatamente disponibili oppure non venivano incrociati prima del pagamento.

Il risultato è stato un sistema nel quale la revoca del beneficio poteva arrivare dopo mesi o anni, generando crediti pubblici difficili da riscuotere.

I controlli introdotti con l’Assegno di inclusione

Il governo sostiene di avere modificato l’impostazione con l’Assegno di inclusione, destinato ai nuclei con minori, persone con disabilità, componenti anziani o soggetti in condizioni di particolare svantaggio, e con il Supporto per la formazione e il lavoro rivolto agli occupabili.

Il nuovo sistema punta maggiormente sui controlli preventivi, attraverso l’interoperabilità delle banche dati. Prima dell’erogazione vengono verificati requisiti economici, composizione familiare, residenza, eventuali incompatibilità e corrispondenza tra quanto dichiarato nell’Isee e le informazioni già possedute dalle amministrazioni.

Calderone ha annunciato verifiche più stringenti sulle condizioni di disabilità indicate nell’Isee ma non riscontrate negli archivi, sui redditi omessi attraverso l’Isee corrente e sulle vincite da gioco non dichiarate. Questi controlli dovrebbero essere applicati anche alle vecchie prestazioni del Reddito di cittadinanza, con la possibilità che la somma degli indebiti continui ad aumentare.

Resta da verificare se l’anticipazione dei controlli riuscirà a impedire le erogazioni irregolari senza rallentare l’accesso alle prestazioni per le famiglie che possiedono realmente i requisiti. Un sistema troppo permissivo espone lo Stato agli abusi; uno eccessivamente rigido può lasciare senza aiuto persone in condizioni di povertà effettiva.

Il Reddito di cittadinanza ha raggiunto solo una parte dei poveri

La relazione di valutazione pubblicata dal ministero del Lavoro ha evidenziato anche un’altra criticità. Nel 2021 il Reddito di cittadinanza raggiungeva circa il 38% delle famiglie in povertà assoluta, quota scesa al 32,3% nel 2022.

Una parte consistente delle famiglie povere è quindi rimasta fuori dalla misura, anche per effetto dei requisiti di cittadinanza, residenza, patrimonio e composizione familiare. Allo stesso tempo, non tutti i beneficiari risultavano poveri secondo i criteri statistici utilizzati dall’Istat.

Anche in questo caso sarebbe scorretto concludere che tutti i percettori non classificati come poveri fossero truffatori. Le regole del Reddito di cittadinanza e gli indicatori statistici della povertà assoluta utilizzavano parametri differenti. Poteva quindi accadere che una famiglia avesse legalmente diritto alla prestazione pur non rientrando nella definizione statistica adottata dall’Istat.

Il dato mostra comunque che la misura presentava problemi di precisione nell’individuazione della platea, riuscendo contemporaneamente a escludere molti poveri e a includere persone che non si trovavano nelle condizioni di maggiore bisogno.

Il ritorno del Reddito nel confronto politico

Le cifre sugli indebiti arrivano mentre Movimento 5 Stelle e altre forze dell’opposizione tornano a discutere di una misura nazionale contro la povertà. Giuseppe Conte continua a difendere il Reddito di cittadinanza, sostenendo che abbia protetto milioni di persone durante le crisi economiche e sociali degli ultimi anni.

Il centrodestra utilizza invece i dati sulle prestazioni non dovute per confermare il giudizio negativo sul vecchio impianto. La discussione tende però spesso a sovrapporre questioni differenti: l’esigenza di sostenere le famiglie povere, la capacità della misura di favorire l’occupazione e l’efficacia dei controlli contro gli abusi.

I 1,7 miliardi di indebiti accertati rappresentano un fallimento serio del sistema di vigilanza e la quota ancora da recuperare pone un problema concreto per i conti pubblici. Non dimostrano però che tutti i beneficiari fossero “fannulloni” o truffatori, né cancellano il ruolo svolto dal sussidio nel sostenere milioni di famiglie.

Il punto politico decisivo riguarda la costruzione di uno strumento capace di raggiungere chi vive davvero in povertà, distinguere i soggetti fragili dagli occupabili e bloccare le domande irregolari prima che il denaro venga erogato. È su questi risultati, più che sugli slogan contrapposti, che dovrà essere valutato il nuovo sistema.

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