
Un’improvvisa ed estrema emergenza medica scuote dalle fondamenta l’esistenza di un volto simbolo del panorama mediatico e dello spettacolo italiano, costringendo i familiari e i sanitari a un disperato e febbrile intervento d’urgenza. Tra il tempestivo ricovero presso una struttura ospedaliera d’eccellenza della Capitale, le complesse terapie d’urgenza volte a scongiurare il peggio nei momenti più drammatici e il prolungato silenzio mantenuto per proteggere un percorso clinico estremamente delicato, si consuma una battaglia personale di rara intensità. Un’esperienza limite che segna un punto di non ritorno, riaprendo riflessioni profonde sul valore degli affetti più cari e della vita.
Un dramma improvviso si è abbattuto su Lele Mora, ricoverato da circa due settimane presso il reparto di Neurologia del Policlinico Umberto I di Roma in seguito a un ictus cerebrale che lo ha colpito mentre si trovava in tournée. L’ex agente dei vip si trova attualmente in un letto d’angolo circondato dall’affetto dei parenti più stretti. «Mi hanno strappato alla morte. Se sono ancora qui lo devo solo a Dio», confessa a fatica con la voce rotto dall’emozione. Al suo capezzale vi sono la figlia Diana e don Felice, il sacerdote incontrato ai tempi della comunità Exodus di Don Mazzi, dove Mora aveva svolto i servizi sociali dopo l’affidamento in prova deciso dal tribunale di Milano per la condanna per bancarotta. A dirigere le delicate cure è l’équipe medica guidata dal professor Giovanni Fabbrini, direttore del dipartimento di Neurologia, e dal professor Francesco Pugliese, alla testa del reparto Emergenza e Urgenza.
Il malore è esploso all’improvviso al Teatro San Filippo de L’Aquila, dove Mora stava andando in scena registrando il tutto esaurito: nonostante i primi sintomi ha scelto di salire sul palco «per rispetto agli spettatori che avevano pagato il biglietto». Il giorno seguente, durante il viaggio in treno verso Roma che avrebbe dovuto riportarlo dalla famiglia a Verona, è svenuto crollando nel «buio totale».
Terapia intensiva e il desiderio di tornare a Verona
A seguire l’episodio sono stati cinque drammatici giorni trascorsi in terapia intensiva e un risveglio definito «durissimo».I clinici lo hanno «letteralmente preso per i capelli», prospettando ora un lungo e complesso iter di riabilitazione della durata di almeno 60 giorni. L’ex manager cerca ora il trasferimento a Verona per stare vicino alla famiglia, sebbene si registrino al momento difficoltà nel reperire posti disponibili nelle strutture sanitarie del Veneto.
I figli Diana e Mirko hanno fatto a turno «centinaia di chilometri» per non lasciarlo mai solo. Per volontà della cerchia familiare l’accaduto è stato tenuto nell’assoluto riserbo, motivo per cui non si contano chiamate o messaggi provenienti dal mondo dello spettacolo. Definendo questa come la prova «più difficile», l’uomo che portava in scena lo spettacolo dal titolo L’uomo che creava le stelle si scioglie in lacrime pensando ai suoi cari: «Vivo per loro», afferma commosso,aggiungendo che «nella mia vita ho fatto anche del bene, e tanto» prima di chiudersi in una commovente videochiamata con uno dei nipotini.


