Un nuovo processo per Stefano Cucchi: finalmente, ora, un processo in cui Stefano è, senza dubbi e senza dibatti ulteriori, palese vittima di un omicidio. Non si discuterà più della causa della sua morte: si discuterà solo di chi l’ha provocata. A processo, ora, 5 carabinieri: 3 accusati di omicidio preterintenzionale: Alessio di Bernardo, Francesco Tedesco e Raffaele D’Alessandro. Altri due, invece, accusati di calunnia: Roberto Mandolini e Vincenzo Nicolardi. Per due di loro, Tedesco e D’Alessandro, i legali della difesa hanno presentato più di 467 testi. Un modo per allungare il “brodo” giudiziario e allontanare una sentenza che stavolta potrebbe essere a una condanna consistente.
Ilaria Cucchi, in esclusiva per The Social Post, spiega che è pronta ad affrontare una nuova battaglia: “Sono giornate sicuramente decisive, che arrivano con un bel po’ di ritardo rispetto alla morte di mio fratello e che arrivano dopo tante sofferenze e tanti sacrifici, ma sicuramente sono momenti positivi, che ci fanno ricominciare a sperare che possa esistere giustizia anche per Stefano”. Le battaglie, però, non saranno facili da vincere.
Un processo “diverso”
Per Ilaria Cucchi questo non sarà un processo “al morto”, finalmente: “Ci lasciamo alle spalle un processo a Stefano, un processo al morto. Sicuramente non siamo più in quel clima, da parte della procura di Roma e della Squadra Mobile di Roma c’è stato un grande lavoro”. Non che si prospetti un processo semplice: “La responsabilità degli imputati è talmente chiara e innegabile che ora io mi aspetto che queste persone, con i loro avvocati, facciano di tutto. In realtà quello che mi sento di dire oggi, è che probabilmente assisteremo a un nuovo processo a Stefano…e alla sua famiglia”.
Notevole infatti che i legali degli imputati abbiano deciso di arrivare con una lista infinita di testi: “Loro che sono in fondo i principali se non gli unici responsabili di questi 8 anni, di questo tempo perso, non solo per la famiglia ma per tutti coloro che in questa giustizia credono, ecco non contenti di questo oggi cercano di allungare in tutte le maniere possibili i tempi di questo processo, confidando nella prescrizione, chiaramente”, spiega Ilaria. Grande è il rancore nei confronti di chi ora è imputato, e per anni ha assistito a un processo a qualcun’altro. “Io non posso dimenticare”, spiega Ilaria Cucchi, “che questi carabinieri non sono solo accusati di questo violentissimo pestaggio inflitto a mio fratello, ma sono anche responsabili di anni di bugie e depistaggi. Hanno consentito che per anni qualcun altro affrontasse un processo al posto loro”.
Parole molto forti quelle verso il Maresciallo Roberto Mandolini, molto attivo su Facebook ma molto poco in aula -dove non si presenta mai. Se Mandolini, in questi mesi, ha usato molto i social per parlare del processo Cucchi – tirando acqua, chiaramente, al suo mulino- è pur vero che la mattina dell’udienza al processo non ha assistito, visto che in quelle ore postava foto e diceva di essere a fare jogging: “Questa persona è veramente terribile, con continui attacchi a mio fratello, alla mia famiglia, a me, per non parlare del fatto che non viene all’udienza e poi mette su Facebook la sua versione di quello che è accaduto in quell’ udienza. Che, puntualmente, è totalmente diverso da ciò che avviene, dal momento che lui in aula non c’è mai”.
Per Ilaria, però, è importante ribadire il rispetto e la stima che la sua famiglia ha nei confronti dell’Arma: “Io non me la sento di chiamare quelle persone carabinieri, i carabinieri sono altri, questi sono paragonabili a dei criminali, per come si sono comportati in quella circostanza e poi dopo. Parliamo di carabinieri che hanno 5 utenze telefoniche a testa, che ci fa un carabiniere con 5 telefoni? I delinquenti ce li hanno, quelli che hanno qualcosa da nascondere”.
In molti si ricorderanno alcune di quelle intercettazioni, che Ilaria Cucchi cita: ” Sul telefono ufficiale raccontano la verità ufficiale, sugli altri si mettono d’accordo sulla versione da dare al Pm, poi magari dicono ‘se ci buttano fuori dall’arma andiamo a fare le rapine alle gioiellerie’ “. E poi, Ilaria continua: “Quello che si sta già cercando di fare sarà il tentativo di far pensare alle persone comuni che ci sia una guerra tra noi e i carabinieri e che il cittadino debba fare una scelta tra i carabinieri -che sono quelli che rischiano ogni giorno la loro vita per noi- e la mia famiglia. Le cose non stanno così, loro non sono l’arma dei carabinieri. Loro sono persone che si sono macchiate di reati gravissimi”.
Una vita “diversa”
Il prossimo 11 gennaio la famiglia Cucchi sarà di nuovo in aula per una nuova udienza, e servirà ancora essere forti e coraggiosi. “Sarà una battaglia dura, anche dal punto di vista emotivo”, ci spiega Ilaria Cucchi al termine della nostra intervista: “Le persone che hanno commesso quest’ingiustizia, sappiano che non non ci arrenderemo: siamo andati avanti fino ad adesso e terremo duro. Lo dobbiamo a Stefano. Sentiremo ancora tanto cose cattive e false sul suo conto e anche sul nostro, ma questo non ci fermerà”.
Inutile ignorare il fatto che quel 22 ottobre abbia cambiato la vita di molti, non solo quella di Stefano. Ilaria Cucchi ha dovuto rinascere, adattarsi da un giorno all’altro a una nuova vita, e scoprire la forza di combattere una nuova, dolorosissima battaglia.
Con lei, tutta la famiglia, figli compresi. Va da sé chiedersi, e chiederle, chi sia e rappresenti Stefano per i suoi bambini, privati dell’affetto di uno zio che non hanno potuto conoscere bene: “Purtroppo quelli che hanno pagato più di tutti sono i miei figli: per loro all’improvviso è finita la normalità. Da un giorno all’altro hanno visto una madre sempre presente nelle loro vite essere sempre più assente, perché bisognava andare in giro, parlare di Stefano, parlare di queste storie: questo è ciò che ha contribuito a una svolta”.
Il dolore e questa quotidianità non comune, però, hanno contribuito a fare di loro persone coraggiose a loro volta, di condividere la battaglia della loro madre: “È stato difficile per loro, ma hanno capito: io vedo che sono più consapevoli, nel loro modo di fare, nei loro comportamenti, tutto sommato il sacrificio che è stato chiesto loro è servito in qualche modo. Loro si rendono conto che in qualche maniera abbiamo aperto una strada, abbiamo fatto in modo che, non dico che non accadano più casi del genere, ma che non accadano nel silenzio generale“.



