
Palermo nonostante il trascorrere del tempo, medicina della Storia, nonostante anche alcuni più o meno lodevoli sforzi, rimane una città anormale. La seconda violenza su una sua figlia, Asia, dopo il terribile stupro del branco del luglio scorso, ne è testimonianza e sentenza d’appello. Può una ragazza essere oggetto di violenza due volte nell’arco di soli nove mesi? Nove mesi ovunque servono a dare la vita: qui, a questa latitudine, a sopprimerla.
Palermo violenta: non c’è solo Asia a morire da viva
Ma esiste uno Stato, un apparato di sicurezza, una amministrazione sociale, degli strumenti giudiziari, una coscienza civile e sociale in questa città chiamata Palermo? Perché la storia di Asia mette tutto questo in discussione. La prima volta – ma non era la prima – poteva essere una foto accidentale, ma due fotogrammi fanno un film, di violenza e accettazione della stessa, di incapacità a reagire ed a provvedere. È la violenza la cifra dominante di questa storia, il sentimento ancestrale che vive a Palermo per la sopraffazione. Non c’è stata solo la storia di Asia in questi mesi, ma anche gli atti di violenza omofobici, le pistolettate in aria nel cuore del centro cittadino, il morto ammazzato in discoteca e poi buttato fuori, lavando il sangue, per continuare la movida, violenze continue, assenza di tutela, diritti negati.
Esiste il diritto a Palermo? O è solo apparenza, forma di uno Stato che è arretrato fino alla scomparsa? Il prefetto sta convocando il comitato per l’ordine pubblico? Perché qui tutto c’è tranne l’ordine. Esiste il disordine, giudiziario, sociale, civile, umano. Asia è paradigma di una città di cui è figlia violentata, di nuovo, come se questo fosse normale, in un silenzio surreale.

