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“La cucina italiana? Solo un mito”. Il famoso critico ci stronca così: esplode la polemica

Pubblicato: 13/12/2025 20:54

Il recente riconoscimento della cucina italiana come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità da parte dell’Unesco è stato accolto con un plauso quasi universale, ma ha scatenato la reazione veemente e polemica di un noto opinionista britannico. Giles Coren, giornalista e critico gastronomico del The Times, ha definito il gesto dell’Unesco come “prevedibile, servile, ottuso e irritante”, dichiarando apertamente guerra alla presunta supremazia del cibo italiano.

Coren sostiene che l’eccellenza culinaria appartenga in realtà alla Gran Bretagna e che la fama italiana sia un “mito, un miraggio, una bugia” alimentata da una certa élite inglese “mangiatrice di fiori di loto con palati da bambini viziati”. La sua invettiva non è solo una critica gastronomica, ma un attacco mirato a quello che lui percepisce come uno snobismo culturale della borghesia anglosassone, che avrebbe elevato la Toscana rurale e la sua cucina a status quasi sacro, specialmente dopo che la Provenza era diventata, a suo dire, troppo “plebea”. La provocazione di Coren, noto per il suo stile sarcastico e irriverente, mira a smantellare l’immaginario romantico costruito attorno all’Italia rurale e al suo cibo, sacrificando spesso la lucidità sull’altare della polemica.

L’immaginario anglosassone e la truffa italiana

L’obiettivo principale di Coren non sembra essere la qualità intrinseca della cucina italiana, quanto piuttosto la percezione distorta e idealizzata che ne ha una certa fetta di pubblico britannico. Egli critica aspramente il ruolo di figure mediatiche come Jamie Oliver, Nigella Lawson, Antonio Carluccio e il River Café, accusandoli di aver perpetuato una “favola romantica”. Il critico descrive vividamente come questa ossessione abbia portato alla saturazione dei supermercati britannici con prodotti italiani come pomodori secchi, pesto in barattolo, gnocchi sottovuoto e panettoni. La satira si fa tagliente quando menziona la macchina per la pasta, acquistata da tutti, “usata una volta, mai lavata e poi abbandonata nell’armadio sotto le scale, dove giace tuttora”, trasformando l’acquisto in un simbolo dello snobismo fallito. Coren, che ammette di essere stato in Italia, descrive le sue esperienze culinarie come pessime, con “ristoranti cari, il personale scortese”, sostenendo cinicamente che “gli italiani odiano gli inglesi”. L’unica scelta sicura per un inglese in Italia, secondo lui, sarebbe la pizza, paragonabile a quella che si può trovare in America o a Wolverhampton.

Massimo Bottura nel mirino della satira velenosa

L’articolo di Coren non risparmia nemmeno i vertici dell’alta cucina italiana. Il bersaglio eccellente della sua invettiva è Massimo Bottura, chef di fama mondiale la cui Osteria Francescana è stata per ben due volte, nel 2016 e nel 2018, eletta miglior ristorante del mondo dalla World’s 50 Best Restaurants. Coren lo accusa di aver “mentito” quando Bottura ha definito la cucina italiana “unica”. Il giornalista, mostrando una certa imprecisione o deliberata negligenza, non menziona che il ristorante è entrato nel 2019 nella Hall of Fame dei migliori ristoranti al mondo, un dato facilmente verificabile, preferendo invece utilizzare la fama dello chef per acuire la sua provocazione. Coren cita poi un’intervista a Bottura, in cui lo chef definisce la nostra cucina come “un rito d’amore, un linguaggio fatto di gesti, profumi e sapori che tiene unito un intero Paese“. La replica di Coren è al limite dell’incidente diplomatico e rasenta la satira politica più acida: “Un Paese così unito da aver collezionato 70 governi dal Dopoguerra, perlopiù guidati da squilibrati, e da aver eletto l’unico primo ministro nazionalista di estrema destra dell’Europa occidentale? Complimenti, mangiatori di pasta”.

L’autocelebrazione e l’elogio della grandezza britannica

Dopo aver demolito, a suo modo, il mito della cucina italiana, Coren ribalta completamente il discorso, trasformando l’invettiva in una pomposa autocelebrazione della cucina britannica, che propone come vera e unica candidata al riconoscimento Unesco. La sua proposta di “cultura” gastronomica britannica è un accumulo di gag e immagini volutamente eccessive, un catalogo di orrori culinari elevati a patrimonio. Tra gli esempi di eccellenza inglese, Coren elenca il “toast bruciato appena prima che scatti l’allarme antincendio“, le “colazioni degli hotel economici, prodotte in un unico oscuro centro da troll ciechi con materiali di fortuna”, e gli spaghetti col ketchup. La lista procede con la “torta di Haribo sciolta in macchina ad agosto”, i noodles cinesi croccanti “incollati alla tovaglia”, lo snakebite and black – definito il “Barolo britannico” – e le salsicce Heinz con fagioli, che a suo dire “contengono tutti i gruppi alimentari conosciuti”. Conclude l’elenco con il porridge, descritto come “isolante da sottotetto ammorbidito con acqua”, e la Terry’s Chocolate Orange. Questo finale, più che un’argomentazione, è un monologo comico che dimostra come l’intento di Coren sia la provocazione fine a sé stessa, più che una critica costruttiva.

Il contesto: uno stile di scrittura polemico e irriverente

È essenziale inquadrare le dichiarazioni di Giles Coren nel contesto del suo stile di scrittura e della sua reputazione. Figlio dell’umorista Alan Coren, Giles si è costruito una carriera sul tono sarcastico, polemico e deliberatamente irriverente. La sua penna è più nota per le sue invettive che per un’analisi gastronomica seria. Questo atteggiamento non è limitato alla critica culinaria. Come nota l’articolo, Coren è stato al centro di una dura polemica nel 2016 a seguito di commenti cinici e sprezzanti fatti dopo la morte del collega e rivale A. A. Gill. L’episodio chiarisce che la provocazione, nel caso di Coren, non è solo una tecnica letteraria, ma un atteggiamento personale e continuativo. Tuttavia, dietro al livore e alla caricatura, l’articolo suggerisce che si nasconda una sorta di resa piuttosto che una stroncatura efficace. Se è facile irridere l’estetica e la retorica della cucina italiana, è molto più difficile liquidare il fatto che in Italia il cibo resta un linguaggio quotidiano, vivo e condiviso, cultura prima che battuta. L’argomento viene inevitabilmente perso nel momento in cui la discussione scade nell’elevazione del ketchup sugli spaghetti a “atto culturale fondativo”. La cucina italiana, avvezza da secoli a essere copiata, banalizzata e criticata, sopravviverà senza dubbio anche a questo attacco, destinata a essere digerita meglio di chi la contesta.

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Ultimo Aggiornamento: 14/12/2025 17:22

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