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Carlo Ginzburg, lo storico è morto a Bologna a 87 anni

Pubblicato: 17/06/2026 08:29

Ci sono studiosi che dedicano la propria vita alla ricerca e altri che riescono, attraverso il loro lavoro, a cambiare il modo in cui intere generazioni osservano il passato. La loro eredità non si misura soltanto nei libri pubblicati o nelle cattedre occupate, ma nella capacità di aprire nuove prospettive e di suggerire domande inedite su fenomeni che sembravano già ampiamente esplorati. Quando una figura di questo calibro scompare, il mondo della cultura perde non soltanto una voce autorevole, ma anche uno sguardo capace di interpretare la complessità della storia.

La ricerca storica, soprattutto negli ultimi decenni del Novecento, è stata attraversata da profonde trasformazioni metodologiche. Tra coloro che hanno contribuito in modo decisivo a questo cambiamento vi sono studiosi che hanno scelto di spostare l’attenzione dai grandi protagonisti agli individui comuni, dalle vicende ufficiali alle storie marginali, dai documenti più celebri alle testimonianze apparentemente secondarie. Un approccio che ha permesso di illuminare aspetti poco conosciuti delle società del passato e di comprendere meglio i rapporti tra potere, cultura e vita quotidiana.
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La scomparsa dello storico

È morto nella notte a Bologna Carlo Ginzburg, considerato uno dei più importanti storici italiani del secondo Novecento e tra gli autori contemporanei maggiormente conosciuti e tradotti all’estero. Aveva 87 anni.

Nel corso della sua lunga carriera accademica e intellettuale, Ginzburg si è distinto per studi che hanno profondamente influenzato la storiografia internazionale. Le sue ricerche si sono concentrate soprattutto sui temi dell’eresia, delle persecuzioni religiose, della cultura popolare e delle credenze diffuse tra le classi sociali meno rappresentate nelle fonti tradizionali.

La sua capacità di analizzare grandi fenomeni storici attraverso vicende individuali e realtà marginali lo ha reso un punto di riferimento non soltanto negli ambienti universitari, ma anche presso un pubblico più ampio interessato alla comprensione dei processi storici e culturali.

Una vita dedicata alla ricerca

Nato a Torino nel 1939, Carlo Ginzburg proveniva da una famiglia profondamente legata al mondo della cultura italiana. Era figlio dell’intellettuale antifascista Leone Ginzburg e della scrittrice Natalia Ginzburg, due figure che hanno lasciato un segno importante nella storia culturale del Paese.

Dopo la formazione alla Scuola Normale di Pisa, dove sarebbe poi diventato professore emerito, intraprese una carriera accademica che lo portò a insegnare in prestigiose università italiane e statunitensi. Nel corso degli anni svolse attività didattica e di ricerca a Bologna e in importanti atenei americani, contribuendo alla diffusione internazionale dei suoi studi.

Le opere che hanno rivoluzionato la storiografia

Tra i lavori che hanno segnato il suo percorso scientifico occupa un posto centrale “I benandanti”, pubblicato nel 1966. L’opera nacque dall’analisi di documenti conservati nell’Archivio arcivescovile di Udine e portò alla luce l’esistenza di particolari credenze popolari diffuse in Friuli tra Cinquecento e Seicento. Attraverso quella ricerca, Ginzburg individuò collegamenti tra tradizioni locali e più antiche credenze radicate nell’Europa centrale.

Ancora maggiore notorietà arrivò dieci anni dopo con “Il formaggio e i vermi”, considerato uno dei testi più influenti della storiografia contemporanea. Attraverso la ricostruzione della vicenda di un mugnaio friulano accusato di eresia, lo storico mostrò come fosse possibile comprendere le dinamiche culturali di un’intera epoca partendo dall’analisi di una singola esistenza.

Quel metodo di ricerca, successivamente definito microstoria, avrebbe esercitato una profonda influenza sugli studi storici a livello internazionale, offrendo nuovi strumenti per indagare il rapporto tra cultura dominante e cultura popolare.

L’impegno civile e intellettuale

Oltre all’attività strettamente accademica, Carlo Ginzburg si è distinto per la sua capacità di intervenire nel dibattito pubblico con riflessioni rigorose e approfondite. Nei suoi saggi affrontò temi legati alla giustizia, alla verità storica, ai processi di costruzione della memoria e al rapporto tra fatti e interpretazioni.

Particolarmente significativa fu la pubblicazione de “Il giudice e lo storico”, opera nella quale analizzò documenti e metodi investigativi relativi al procedimento giudiziario sull’omicidio del commissario Luigi Calabresi, applicando gli strumenti dell’indagine storica a una vicenda contemporanea.

Negli anni successivi continuò a interrogarsi sulle responsabilità dello storico, sul rapporto tra verità e menzogna e sulla necessità di mantenere uno sguardo critico di fronte alla complessità della realtà.

Un’eredità destinata a durare

La scomparsa di Carlo Ginzburg lascia un vuoto significativo nel panorama culturale italiano e internazionale. Le sue opere continuano a essere studiate nelle università di tutto il mondo e rappresentano ancora oggi un punto di riferimento per chiunque si occupi di storia, antropologia e analisi delle fonti.

Attraverso il suo lavoro ha insegnato che anche le vicende più marginali possono rivelare aspetti fondamentali della società e che comprendere il passato richiede la capacità di ascoltare voci spesso rimaste ai margini dei grandi racconti ufficiali. Un insegnamento che resta tra i contributi più importanti lasciati da uno dei maggiori studiosi italiani dell’età contemporanea.

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