
Peter Arnett, storico inviato di guerra e giornalista premio Pulitzer, è morto a 91 anni negli Stati Uniti. Per oltre quarant’anni ha attraversato alcuni dei conflitti più sanguinosi del Novecento, raccontandoli da vicino, spesso sotto le bombe, fino a diventare uno dei volti più riconoscibili del giornalismo di guerra internazionale.
Nato in Nuova Zelanda nel 1934, Arnett ha legato il suo nome soprattutto alla guerra del Vietnam, che seguì dal 1962 fino alla caduta di Saigon nel 1975 come corrispondente dell’Associated Press. Proprio per quella copertura ottenne nel 1966 il Pulitzer Prize per il reportage internazionale, premio che lo consacrò come una delle firme più autorevoli del suo tempo.
Dal Vietnam al Golfo, sempre sotto il fuoco
Durante il conflitto vietnamita Arnett fu testimone diretto dei combattimenti, spesso fianco a fianco con i soldati americani. In uno degli episodi più drammatici, si trovò accanto a un comandante di battaglione ucciso da un cecchino mentre consultava una mappa. Da quelle esperienze nacquero alcuni dei suoi reportage più celebri, capaci di restituire la brutalità della guerra senza filtri né retorica.
Dopo il Vietnam, Arnett continuò a raccontare i principali fronti di crisi del mondo. Negli anni Novanta divenne un volto noto anche al grande pubblico grazie alla CNN, durante la prima Guerra del Golfo. Rimase a Baghdad mentre iniziavano i bombardamenti statunitensi, trasmettendo in diretta dal suo albergo mentre i missili colpivano la città e le sirene antiaeree risuonavano sullo sfondo. Quelle immagini e quelle parole segnarono una svolta nella copertura televisiva dei conflitti.
Le polemiche, gli addii e l’eredità professionale
La carriera di Arnett fu segnata anche da numerose controversie. Negli anni Ottanta lasciò l’Associated Press per la CNN, mentre alla fine degli anni Novanta si dimise dopo il ritiro di un’inchiesta che aveva narrato ma non realizzato. Nel 2003 fu licenziato da NBC dopo un’intervista alla televisione irachena in cui criticava la strategia militare statunitense nella seconda Guerra del Golfo, dichiarazioni che gli valsero dure accuse negli Stati Uniti.
Nonostante ciò, Arnett continuò a lavorare come inviato per emittenti internazionali e, negli anni successivi, si dedicò anche all’insegnamento del giornalismo in Cina. Dopo il ritiro definitivo, si era trasferito in California con la moglie.
Con la sua morte scompare una figura centrale del reportage di guerra del Novecento: un cronista che ha scelto di restare sul posto quando altri fuggivano, convinto che raccontare i conflitti dal cuore degli eventi fosse un dovere verso il pubblico e verso la storia.


