
CRANS-MONTANA – A ventiquattr’ore dalla strage di Capodanno che ha trasformato un locale alla moda in una camera di morte, il silenzio che avvolge Crans-Montana pesa quasi quanto il fumo che ancora impregna il centro del resort. Il bilancio resta drammatico: almeno 47 morti, 115 feriti, molti dei quali in condizioni gravissime, e una comunità internazionale di famiglie sospese tra ospedali, obitori e centri di accoglienza, in attesa di un nome, di una conferma, di una fine all’incertezza. Tra loro anche l’Italia, con sei dispersi e tredici ricoverati, mentre proseguono i trasferimenti e le identificazioni.
Il locale è Le Constellation, seminterrato nel cuore della stazione sciistica, punto di riferimento per giovanissimi e stagionali. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la scintilla sarebbe partita da una fontana pirotecnica inserita in una bottiglia di champagne, parte di uno spettacolo abituale. Un gesto minimo, amplificato da un ambiente saturo di persone, materiali infiammabili e un soffitto in legno basso. In pochi secondi il flashover ha trasformato il bar in una trappola: temperature altissime, fiamme ovunque, gas incandescenti spinti verso l’alto. Sopravvivere, spiegano gli esperti, è stato quasi impossibile.
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— BFM (@BFMTV) January 1, 2026
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Le falle nella sicurezza
Il giorno dopo porta con sé le prime domande strutturali. Gli investigatori del Vallese escludono l’attentato e parlano di incidente, ma l’ipotesi di negligenze gravi è al centro dell’inchiesta. Sotto esame finiscono i dispositivi antincendio, le uscite di sicurezza, la scala di collegamento con il piano strada e il numero reale di persone presenti nel locale. Una delle testimonianze più pesanti riguarda lo sprinkler, che non avrebbe rilasciato nemmeno una goccia d’acqua. Se confermato, sarebbe uno snodo decisivo per accertare responsabilità penali e amministrative.
Il panico ha fatto il resto. Due flussi umani opposti, chi cercava di uscire e chi stava entrando, si sono scontrati in uno spazio ristretto. Molti ragazzi sono rimasti intrappolati, altri hanno tentato la fuga rompendo finestre o strisciando tra i corpi. Le descrizioni dei superstiti parlano di abiti in fiamme, ustioni devastanti, scene di guerra nel cuore di una festa.
Identificare i morti, assistere i vivi
La priorità ora è duplice: salvare chi può ancora essere salvato e dare un’identità alle vittime. Secondo Stéphane Ganzer, responsabile della sicurezza del Vallese, molti corpi sono sfigurati e l’identificazione richiederà settimane, con il ricorso a comparazioni genetiche. Centinaia di familiari si sono riversati tra il centro congressi Le Régent e gli ospedali svizzeri, sostenuti da psicologi e unità di crisi.
Sul posto sono arrivati anche i rappresentanti italiani, in contatto costante con Roma. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani segue l’evoluzione della situazione, mentre l’ambasciata coordina l’assistenza ai connazionali. Da Berna, il presidente svizzero Guy Parmelin ha promesso accertamenti rigorosi e ha reso omaggio al coraggio dei soccorritori, molti dei quali hanno operato in condizioni estreme.
Una comunità sotto shock
La tragedia ha scosso l’intera Svizzera e non solo. In piena settimana turistica, le autorità hanno invitato a evitare attività rischiose per non sovraccaricare gli ospedali. Un appello che convive, però, con l’immagine disturbante delle piste ancora affollate e dei passanti che si fermano a pochi metri dal locale distrutto. Un contrasto che ferisce i sopravvissuti, molti dei quali parlano apertamente di senso di colpa e inermi incredulità per essere usciti vivi.
Il giorno dopo Crans-Montana non è più soltanto un nome legato al lusso e allo sci. È diventata il simbolo di una domanda che attraversa l’Europa: quanto valgono davvero le regole di sicurezza quando lo spettacolo, il profitto e l’abitudine prendono il sopravvento? La risposta, ora, è affidata alle indagini. E al dovere di non archiviare tutto come una fatalità.


