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Predica la pace, pratica la guerra: il cortocircuito globale di Donald Trump

Pubblicato: 03/01/2026 11:00
trump

C’è un paradosso che attraversa l’azione politica di Donald Trump come una linea di faglia: presentarsi al mondo come costruttore di pace mentre si continua a esercitare il potere militare nel modo più classico e brutale. Gaza, Ucraina, Nobel per la Pace, Venezuela. Quattro tasselli che, messi insieme, compongono un mosaico inquietante, rivelatore non solo dello stile trumpiano, ma di una mutazione più profonda dell’idea stessa di pace nella politica internazionale contemporanea.

Trump parla di pace, la rivendica, la esige come riconoscimento personale. Ma la sua pace non è mai disarmata, non è mai neutra, non è mai gratuita. È una pace condizionata, verticale, spesso imposta dall’alto, sostenuta dall’ombra costante della forza militare. Una pace che convive perfettamente con i bombardamenti, purché questi siano narrati come “necessari”, “preventivi” o “stabilizzatori”.

Gaza e Ucraina: la pace come branding politico

Sul conflitto israelo-palestinese, Trump si è proposto — direttamente o indirettamente — come attore capace di “chiudere la partita”. La retorica è sempre la stessa: basta guerre infinite, basta instabilità cronica, serve una soluzione definitiva. Ma dietro questa narrazione pacificatrice si cela un’impostazione profondamente sbilanciata, che confonde la fine delle ostilità con la vittoria di una parte e la rimozione forzata dell’altra dal tavolo negoziale.

La stessa logica emerge sull’Ucraina. Trump si presenta come l’uomo che potrebbe fermare la guerra “in poche settimane”, lasciando volutamente ambiguo il prezzo di quella pace. Non una pace fondata sul diritto internazionale, sulla sovranità o sulle garanzie collettive, ma una pace transazionale, dove i confini diventano variabili negoziabili e la forza militare un argomento legittimo di trattativa.

In entrambi i casi, la pace viene ridotta a risultato, non a processo. Non importa come ci si arriva, importa solo poter dire di esserci arrivati. È una pace spettacolare, comunicabile, vendibile. Una pace che funziona come un marchio politico.

Il Nobel per la Pace: quando il riconoscimento precede l’opera

In questo contesto si inserisce la richiesta — esplicita o implicitamente rivendicata — del Nobel per la Pace. Non come approdo naturale di un percorso diplomatico, ma come certificazione preventiva di una leadership. Trump non chiede il Nobel perché ha smesso di fare la guerra; lo chiede perché ha ridefinito il modo di raccontarla.

Il punto non è solo l’autocelebrazione. È l’idea che il premio possa essere sganciato da una coerenza strutturale tra mezzi e fini. Come se bastasse parlare di pace per meritare di essere considerati pacificatori, anche mentre si mantengono — o si rilanciano — operazioni militari in altre aree del mondo.

Qui il paradosso diventa sistemico: la pace non è più l’assenza di violenza, ma la sua gestione narrativa. Non è la riduzione del potere militare, ma il suo utilizzo “razionale”. Non è un limite all’azione, ma uno strumento retorico dell’azione stessa.

Il Venezuela: la guerra che smentisce la pace

Ed è proprio qui che il bombardamento del Venezuela — o qualunque azione militare diretta e aggressiva in America Latina — fa crollare l’intero impianto retorico. Perché il Venezuela non è un teatro “nobile”, non è un conflitto che può essere facilmente inserito nel racconto della grande stabilità globale. È il ritorno a una logica interventista classica, quasi novecentesca, dove la forza viene esercitata per riaffermare un controllo geopolitico regionale.

Bombardare il Venezuela mentre si predica la pace altrove non è solo una contraddizione morale: è la prova che la pace trumpiana è selettiva, gerarchica, funzionale agli interessi americani e al consenso interno. Alcune guerre possono essere chiuse perché non più utili; altre possono essere aperte perché ancora convenienti.

La pace, in questo schema, non è universale. È un privilegio concesso o negato.

Il vero nodo: la pace senza etica

Il problema, dunque, non è Trump in quanto individuo. Il problema è il modello che incarna e che normalizza: una politica internazionale in cui la pace viene svuotata di contenuto etico e trasformata in una leva di potere. Un mondo in cui si può essere “uomini di pace” e allo stesso tempo ordinare bombardamenti, sanzioni devastanti, destabilizzazioni sistemiche.

Trump non è un’eccezione: è un sintomo. Il sintomo di un ordine globale in cui la guerra non è più l’opposto della pace, ma una delle sue modalità operative. Un ordine in cui il linguaggio pacifista viene usato non per limitare la violenza, ma per renderla più accettabile.

Il paradosso di Trump dovrebbe inquietare soprattutto l’Occidente, perché ci costringe a guardarci allo specchio. Se un leader può bombardare un Paese e, nello stesso tempo, presentarsi come candidato credibile al Nobel per la Pace, allora il problema non è solo lui. È il sistema di valori che abbiamo smesso di difendere con coerenza.

La vera domanda, alla fine, non è se Trump meriti o meno un Nobel. La domanda è se la parola “pace”, così come viene oggi utilizzata nel discorso politico internazionale, significhi ancora qualcosa. O se sia diventata soltanto l’ennesima arma retorica in un mondo che non ha mai davvero smesso di credere nella forza.

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