
A Crans-Montana il copione si è ribaltato. Nessun mea culpa, nessuna riflessione pubblica su quanto accaduto nella notte di Capodanno, nessuna trasparenza dopo una tragedia mondiale che ha ucciso decine di giovani, tra cui sei italiani. La reazione è stata un’altra: attaccare chi racconta. E, possibilmente, chi arriva dall’Italia.
È successo prima alla troupe di “Ore 14”, poi a quella di “Uno Mattina News”. Due episodi distinti, stessa atmosfera: ostilità, intimidazioni, aggressioni. Un clima teso che trasforma il lavoro giornalistico in un bersaglio e le telecamere in un pretesto.
Nel primo caso, l’aggressione si consuma nel pomeriggio, intorno alle 17.30, a temperature polari. «La giornalista Francesca Crimi era insieme a Marco Bonifacio quando una persona vicina ai proprietari di Le Constellation l’ha colpita con acqua gelida», riferisce la trasmissione in una nota ufficiale.

«Un atto vergognoso e vigliacco», è stato il commento netto del conduttore Milo Infante. Nel secondo episodio, però, il livello della tensione sale. Non più un gesto isolato, ma una vera e propria azione di gruppo, con modalità che evocano un assedio.
La scena si svolge davanti al Le Vieux Chalet, ristorante a due piani riconducibile ai coniugi Moretti, proprietari del bar Le Constellation, oggi indagati. Il locale è chiuso. «Abbiamo solo ripreso un cartello che indicava la chiusura del ristorante», racconta il giornalista Domenico Marocchi. Nessuna domanda, nessuna provocazione.
Poi arriva un’auto con musica rap ad altissimo volume, che seguiva la troupe già da tempo. «Sono scese tre persone che hanno iniziato a intimidirci e insultarci, anche con frasi contro gli italiani», spiega Marocchi. Accento corso, cappucci calati, occhiali da sole di notte: una scenografia studiata, non casuale.

Quando sembrava finita, si aggiungono altri sette individui. In dieci circondano l’auto della Rai, urlano, colpiscono gli specchietti, spingono la vettura. A quel punto l’unica via è la fuga. Un episodio che segna un salto di qualità nell’intimidazione ai media.
Il nodo è politico e culturale. A Crans-Montana non si difende il dolore collettivo, ma si scarica la tensione sul bersaglio più facile: i giornalisti. Come se raccontare significasse accusare. Come se indagare fosse una colpa. Come se la nazionalità autorizzasse insulti e minacce.
Non a caso tra gli aggressori sarebbero stati riconosciuti soggetti già protagonisti di episodi simili contro i reporter del quotidiano tedesco Blick. Segno che l’ostilità verso la stampa è diffusa, ma trova negli inviati italiani un obiettivo più rumoroso e mediaticamente spendibile.
Le reazioni istituzionali italiane, dal ministro Antonio Tajani all’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, servono a ristabilire un principio essenziale: la stampa non si tocca. Rafforzare la vigilanza non è sfiducia, ma una misura necessaria in un contesto che ha già dimostrato di poter degenerare.
La solidarietà di Unirai e della Rai chiude il cerchio, ma non la ferita. L’azienda ricorda «il diritto fondamentale dei giornalisti di lavorare in sicurezza», soprattutto in una vicenda che ha colpito duramente la comunità italiana. Un diritto che, a Crans-Montana, qualcuno evidentemente non ha ancora compreso.


