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La grande illusione: niente è cambiato, il mondo non ha mai avuto un diritto internazionale

Pubblicato: 09/01/2026 10:53

C’è una frase che si sente ripetere come un mantra moralistico ogni volta che esplode una crisi internazionale: “Sta crollando il diritto internazionale”. E la si pronuncia con il tono di chi denuncia un sacrilegio, come se l’ordine mondiale si fosse regolato per decenni su un principio sacro, neutrale, condiviso da tutti i popoli civilizzati. Ma la verità è che quella formula è una comoda illusione, una narrazione per anime belle. Il cosiddetto “diritto internazionale”, preso sul serio e raccontato come un assoluto, semplicemente non esiste. Non è mai esistito. Esiste semmai la forza, il prestigio, la deterrenza, la capacità di imporre conseguenze, e il fatto che ogni regola funziona solo finché i più forti decidono che funzioni.

La prova più comica – se non fosse tragica – è l’ONU. L’organismo che dovrebbe incarnare il diritto internazionale ha un Consiglio di Sicurezza dove cinque Paesi decidono per tutti, e dove due di quei cinque – Russia e Cina – sono dittature che dispongono del potere di veto, cioè del potere di annullare il resto del pianeta. Se il diritto internazionale fosse davvero una legge, come il codice penale, un simile meccanismo non esisterebbe. Nessun tribunale permette all’imputato o al suo compare di alzarsi dallo scranno e dire “annullo tutto”, eppure nel tempio della legalità internazionale funziona così. È evidente che non è diritto: è geopolitica istituzionalizzata.

C’è poi l’ipocrisia storica. Si finge che l’ordine mondiale sia fondato su regole condivise quando in realtà l’intero secondo dopoguerra è basato sull’esatto contrario: chi ha vinto la guerra mondiale ha scritto le regole. Gli Stati Uniti hanno basi militari in Germania e in Italia non perché qualcuno abbia votato una risoluzione sull’amore universale, sul pacifismo o sul volemose bene, ma perché hanno vinto. E per fortuna, si può dire con serenità, perché l’alternativa sarebbe stata vivere sotto Hitler o Stalin. Ma il punto sta proprio qui: l’architettura del mondo non si regge sul “volemose bene”, ma sul risultato dei conflitti e sugli equilibri che derivano dalla vittoria.

Interessante poi è osservare come questa verità elementare venga rimossa nella discussione pubblica recente. Negli ultimi anni si è parlato del diritto internazionale come di un assoluto. Due anni fa era considerato una sorta di principio metafisico: basta invocarlo e il male arretra. Ma non funziona così. Se la Russia invade l’Ucraina, non si ferma perché un giurista a Bruxelles cita il diritto internazionale. Si ferma – semmai – se l’Ucraina resiste, se l’Europa si arma, se gli americani mettono in campo deterrenza, se i costi superano i benefici. Il diritto internazionale, da solo, non ferma nessuno, non obbliga nessuno, non punisce nessuno. È giuridicamente elegante, politicamente vuoto.

Non si può ignorare un’altra ovvietà: le regole internazionali non sono applicate a tutti. Il Kosovo non è l’Iraq, la Crimea non è il Sudan, la Cina non è la Serbia. Alcuni Paesi possono violare tranquillamente qualunque norma, altri vengono bombardati per molto meno. Questo non perché il diritto internazionale sia malato, ma perché non è mai stato il diritto a decidere: sono sempre stati i rapporti di forza, la diplomazia del potere, le alleanze militari e la paura della ritorsione.

Dire che oggi “crolla il diritto internazionale” significa, in realtà, non avere capito com’è sempre andato il mondo. Per crollare, una cosa deve prima esistere. Quello che sta cambiando non è il diritto, è l’ordine di potenza. Sta mutando la geografia del potere tra USA, Cina, Russia, India, Europa; sta cambiando la percezione della forza; sta cambiando la legittimità dei blocchi. E quando cambia la potenza, cambiano le regole. Esattamente come è accaduto nel 1945. Esattamente come accadrà tra vent’anni.

La narrazione secondo cui il pianeta sarebbe governato dal diritto internazionale è un’illusione utile, certo. Serve a legittimare posizioni, a costruire consenso, a definire cornici di responsabilità. Ma sul piano duro della politica estera è una foglia di fico. I trattati nascono se qualcuno ha interesse a farli rispettare, e muoiono quando nessuno ha più interesse a difenderli. Non è cinismo: è il funzionamento reale delle relazioni internazionali.

Uno sguardo appena più onesto porterebbe a una conclusione liberatoria: l’ordine mondiale non si fonda sul diritto ma sulla stabilità prodotta dagli equilibri di potenza. Crolla il diritto internazionale? No. Cambia il potere. E sono le potenze, non i trattati, che garantiscono la pace o la guerra. Negarlo per difendere un totem giuridico che non è mai stato reale non produce moralità: produce confusione. E soprattutto produce ingenuità, che è la forma più pericolosa di ignoranza quando si parla di politica internazionale.

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