
Guardare Andrea Sempio accomodarsi nello studio di Verissimo, la domenica pomeriggio, ha lasciato quella strana sensazione di scivolamento etico che negli ultimi anni attraversa la televisione generalista. La sequenza è stata netta: prima i volti sorridenti di Claudio Bisio e Vanessa Incontrada, poi lui, l’uomo che oggi è ancora un indagato per un possibile femminicidio, presentato come fosse uno dei tanti ospiti del weekend, tra promozioni, novità e confessioni emotive. La domanda che resta appesa non riguarda tanto la legittimità della sua presenza davanti alle telecamere, quanto la cornice. Perché qui non si parla di un professionista, di un artista o di una vittima, ma di chi si trova al centro di una vicenda giudiziaria irrisolta, che dovrebbe appartenere alle aule dei processi e non agli spazi morbidi dei talk pomeridiani, dove la narrazione edulcora tutto, anche ciò che non dovrebbe esserlo.
Normalizzazione televisiva
Che Sempio parli alla stampa non è una novità, e non è nemmeno questo il punto. Lo abbiamo visto in altre trasmissioni, da quelle più legate all’attualità a format che si definiscono di approfondimento. Ma sentirlo raccontare la propria “verità” davanti a un pubblico pomeridiano, in uno studio costruito per il racconto emotivo, produce un effetto di normalizzazione che dovrebbe preoccuparci più di tante polemiche sterili. Un uomo ancora indagato, che si professa innocente — e la presunzione va rispettata — non diventa però un personaggio qualsiasi solo perché la tv decide di trattarlo come tale. La centralità mediatica non può sostituirsi al percorso giudiziario, e non può trasformare un caso di cronaca nera in materiale pop.
C’è poi un altro elemento: la serialità della presenza televisiva. Come se per comprendere un’indagine servisse la narrazione continua dell’interessato, come se il “processo mediatico” che lui stesso critica fosse inevitabile e addirittura necessario. A cosa serve, allora, questa esposizione? A convincere l’opinione pubblica? A imporre un’immagine alternativa a quella emersa dagli atti? O semplicemente a raccontarsi perché lo richiede l’algoritmo dell’audience? Domande legittime, che si scontrano con la sensazione — sgradevole — che sia la televisione a riscrivere ruoli e gerarchie, trasformando un potenziale colpevole o un potenziale innocente in un vip dell’attualità.
Il vero punto è che una cosa è la presunzione di innocenza, un’altra è l’intrattenimento. Il primo è un principio sacrosanto, il secondo è un prodotto. E quando un indagato per un possibile femminicidio appare subito dopo due icone della comicità, come fosse parte dello stesso spettacolo, si crea una frattura nella percezione collettiva: non si capisce più dove finisca la cronaca e dove inizi il palinsesto. Quasi che la gravità di ciò che viene raccontato perdesse peso, ridotta a componente del menù domenicale, dentro un circuito in cui tutto è contenuto, tutto è storia, tutto è tv. Questa, volenti o nolenti, è una distorsione: perché non dovremmo sapere chi è Sempio, se non per la morte di una ragazza avvenuta quasi vent’anni fa. E invece oggi lo conosciamo, lo ascoltiamo, lo seguiamo, lo commentiamo. Come fosse un qualcuno.


