
La protesta cresce e sfida apertamente il regime. Sempre più persone scendono in piazza, nonostante una repressione che giorno dopo giorno assume i contorni di una vera e propria guerra interna. Secondo la Human Rights Activists News Agency, i morti tra i manifestanti sarebbero almeno 490, ma il bilancio resta incerto e probabilmente sottostimato, come segnala anche la Fondazione Narges. Gli arresti avrebbero superato quota 10.600. Tra le forze di sicurezza iraniane si conterebbero almeno 48 vittime. In serata la televisione di Stato ha riferito dell’uccisione di un alto funzionario della sicurezza nell’est del Paese, attribuendo l’episodio ai dimostranti.
La repressione non si ferma alle strade. Si consuma anche nei luoghi del dolore, dove il dramma delle famiglie diventa quasi indicibile. Identificare i propri cari tra centinaia di cadaveri ammassati è spesso impossibile, anche a causa dell’ostruzionismo delle autorità. Ai parenti, secondo diverse testimonianze, verrebbero chiesti fino a 6.000 dollari per ottenere il rilascio delle salme. I corpi sarebbero stipati in sacchi neri, accatastati negli ospedali o davanti agli obitori, come mostrano i video che riescono a filtrare oltre i confini iraniani.
Una madre sviene e cade a terra. I camion scaricano i corpi davanti all’obitorio di Teheran, dove non c’è più spazio. Sacchi neri si allineano nel cortile, tra le aiuole. Qualche cerniera è socchiusa: volti insanguinati, lembi di pelle, brandelli di vestiti. «Cercate i vostri figli», ordinano. Chi li riconosce urla in ginocchio. Chi spera ancora si china, apre appena il sacco e, se è fortunato, lo richiude. Un ragazzo con una felpa gialla spicca tra il nero: è steso a terra, il volto appoggiato ai piedi di chi ama e che non c’è più. Scene simili arrivano da ogni angolo del Paese, dagli ospedali alle strade.
È il massacro della Repubblica islamica, che schiaccia il suo popolo mentre questo invoca la fine del regime. Al quindicesimo giorno di proteste, le strade tornano a riempirsi nonostante la violenza crescente. Le ong parlano di 538 morti, ma all’interno dell’Iran si sussurra di «migliaia». La fondazione della premio Nobel Narges Mohammadi, ancora in carcere, denuncia oltre 2.000 uccisi e quasi 11.000 arresti.
Con internet e telefoni ancora bloccati, i manifestanti cercano di aggirare il blackout imposto dagli ayatollah. «Chi è connesso a Starlink si mette a disposizione per informare le famiglie e far uscire il materiale», scrivono. Samira ricompare dopo quattro giorni di silenzio: «Sono viva». Racconta di spari dai tetti, di una folla inerme contro le mitragliatrici, della paura per i fratelli: «Il loro coraggio mi spaventa». I Guardiani della Rivoluzione sparano alla testa, riferiscono i manifestanti e i medici dei pronto soccorso ormai al collasso. Un dottore lancia un appello disperato: «Non riusciamo a curare tutti, ci mancano chirurghi e infermieri».
Da Shiraz a Rasht, fino a Lordegan, intere città e paesi sono in lutto. «Le famiglie tacciono per poter riavere i corpi», raccontano. Samira denuncia anche le infiltrazioni: agenti che si fingono leader delle marce e spingono la folla nelle imboscate. Poi torna al buio della rete, lasciando un messaggio: «Se mi succede qualcosa, dite che ero in strada per la libertà».
Intanto il dossier Iran è sul tavolo di Donald Trump. Secondo indiscrezioni, la Casa Bianca valuta diverse opzioni, anche militari. Alla minaccia risponde il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, fedelissimo di Ali Khamenei: «In caso di attacco, Israele e tutte le basi americane nella regione saranno obiettivi legittimi». Il Wall Street Journal scrive di un briefing imminente sulle opzioni, tra bombardamenti, attacchi informatici e sanzioni. Secondo il Jerusalem Post, Trump avrebbe deciso di aiutare i manifestanti: resta da capire come e quando.


