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Addio a Sergio Tarquinio, il gigante del western a fumetti

Pubblicato: 12/01/2026 18:10

Il silenzio è sceso improvviso su un secolo intero di creatività, lasciando un vuoto incolmabile tra le dita di chi ha tenuto in mano una matita per una vita intera. Quando un maestro della linea depone definitivamente il pennello, non svanisce solo un uomo, ma scompare un archivio vivente di mondi, volti e polverose praterie nate dalla pura immaginazione. Il dolore per questa perdita si avverte nel fruscio della carta che resta bianca e nello sguardo di chi, per decenni, ha viaggiato attraverso le sue chine per fuggire dalla realtà quotidiana. È il lutto di una comunità artistica che vede spegnersi una luce guida, un testimone del Novecento che ha saputo trasformare la solitudine del foglio in un dialogo universale con il pubblico, lasciando dietro di sé un’eredità di bellezza che il tempo non potrà scalfire.

Addio a Sergio Tarquinio

Il mondo della cultura italiana piange la scomparsa di Sergio Tarquinio, un artista straordinario che si è spento all’età di cento anni. Protagonista assoluto della stagione d’oro delle nuvole parlanti, Tarquinio ha segnato un’epoca che va dal secondo dopoguerra fino alla metà degli anni ottanta, diventando uno dei nomi di riferimento per il genere western. La sua carriera è stata un lungo viaggio creativo che lo ha visto eccellere non solo come disegnatore e illustratore, ma anche come pittore e incisore di raffinato talento. La notizia della sua morte è stata diffusa dalla Sergio Bonelli Editore, che ha voluto rendere omaggio a un autore fondamentale per la storia del fumetto nazionale, capace di dare volto e anima ai grandi miti della frontiera americana.

Le radici e l’esordio professionale

Nato a Cremona il 13 ottobre 1925, Sergio Tarquinio manifestò una precoce passione per il disegno, pur seguendo inizialmente un percorso di studi tecnico come perito industriale. Dopo aver servito in Marina durante le fasi conclusive del secondo conflitto mondiale, si trovò ad affrontare la difficile realtà del dopoguerra. Dimostrando una grande indipendenza di spirito, scelse di rifiutare un posto sicuro presso l’ufficio tecnico dell’Alfa Romeo per non abbandonare la sua città natale. Iniziò così a lavorare come cartellonista pubblicitario e pittore di insegne, finché il suggerimento di un amico lo spinse a tentare la strada del fumetto. Le sue prime tavole di prova a tema western convinsero la casa editrice Dea, segnando l’inizio di una lunga e fortunata parabola professionale legata ai racconti avventurosi di cowboy e pionieri.

La carriera di Tarquinio prese una svolta internazionale quando, dopo una breve esperienza presso l’editrice Dardo, accettò una proposta vantaggiosa dalla Editorial Abril. Nel 1948 si trasferì in Argentina, stabilendosi nei pressi di Buenos Aires e unendosi a una comunità di talenti italiani che comprendeva nomi del calibro di Hugo Pratt e Mario Faustinelli. Questa esperienza sudamericana durò fino al 1952, quando le mutate condizioni politiche del paese lo spinsero a tornare in patria. In Italia entrò a far parte dello studio di Rinaldo Dami, dove ebbe l’opportunità di confrontarsi con il mercato britannico. In questa fase Tarquinio dimostrò una versatilità incredibile, arrivando a misurarsi con icone come Batman e Superman per Mondadori, pur mantenendo un legame privilegiato con il genere western attraverso il racconto delle gesta di personaggi storici come Toro Seduto e Buffalo Bill.

Il momento di massima affermazione professionale coincise con l’ingresso in pianta stabile nella scuderia di Sergio Bonelli. A partire dal 1959, Tarquinio iniziò una collaborazione esclusiva che lo portò a realizzare opere di grande impatto, come le avventure del Giudice Bean scritte dallo stesso Bonelli sotto lo pseudonimo di Guido Nolitta. Il suo contributo più significativo rimase però quello per la collana Storia del West, di cui illustrò ben trentaquattro episodi diventando una colonna portante della serie fino alla sua conclusione nel 1981. Il suo tratto, inizialmente ispirato allo stile sintetico di Frank Robbins, si evolse nel tempo diventando sempre più personale e dettagliato. Nonostante i ritmi di produzione intensissimi e le scadenze serrate, Tarquinio non abbandonò mai la sua ricerca artistica parallela, continuando a coltivare privatamente la pittura e l’incisione.

La scelta dell’arte e l’onorificenza finale

Verso la metà degli anni ottanta, dopo una proficua collaborazione con Il Giornalino per il quale firmò serie western di rilievo come Nuove frontiere, Tarquinio decise di chiudere definitivamente con il mondo del fumetto. Sentiva il bisogno di dedicarsi a una forma espressiva che gli permettesse di raggiungere un’estetica ancora più intima e personale, obiettivo che individuò nella pittura e nell’incisione. Questa seconda vita artistica gli ha regalato grandi soddisfazioni e riconoscimenti accademici, culminati nel 2013 con la nomina a Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. La sua eredità rimane impressa nelle migliaia di tavole che hanno fatto sognare generazioni di lettori e nella sua capacità di nobilitare il fumetto popolare elevandolo a forma d’arte raffinata e senza tempo.

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