
Le autorità iraniane hanno il «controllo totale» della situazione. A sostenerlo è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in un’intervista a Fox News, dopo oltre due settimane di proteste duramente represse nel Paese.
«Dopo tre giorni di operazioni terroristiche, ora c’è calma. Abbiamo il controllo totale», ha dichiarato Araghchi, secondo estratti dell’intervista registrata oggi. Parole che arrivano mentre cresce la tensione internazionale e appare sempre più imminente un’azione statunitense contro Teheran.
Washington ha infatti disposto, «a titolo precauzionale», il ritiro parziale del personale dalla base americana in Qatar, seguita da Londra, e da altre installazioni strategiche in Medio Oriente. Una mossa legata alle minacce di ritorsione iraniane contro le forze Usa nella regione in caso di attacco. Due funzionari europei hanno riferito a Reuters che un’operazione militare americana appare probabile e, secondo uno di loro, potrebbe avvenire entro giovedì.
Da giorni il presidente Donald Trump minaccia apertamente un intervento, senza però fornire dettagli. In un’intervista a CBS ha promesso «azioni molto forti» se l’Iran dovesse procedere con condanne a morte dei manifestanti. In serata, però, ha precisato di essere stato informato che «le uccisioni in Iran si sono fermate» e che «non ci sono piani di esecuzioni».
«Sarei molto deluso se queste informazioni non si rivelassero vere, verificheremo», ha aggiunto Trump, lasciando intendere che la decisione finale resta aperta. Allo stesso tempo ha minimizzato il rischio di rappresaglie: «L’Iran ha detto la stessa cosa l’ultima volta che li ho colpiti, quando avevano ancora la capacità nucleare, che ora non possiedono più. Farebbe meglio a comportarsi bene».
Intanto è stato dato l’ordine di lasciare Al Udeid Air Base, la più grande base americana nella regione con circa 10 mila militari, già colpita da Teheran nel giugno scorso dopo i raid Usa contro impianti nucleari iraniani. Parallelamente, tre Paesi arabi alleati degli Stati Uniti — Arabia Saudita, Qatar e Oman — hanno avviato sforzi diplomatici riservati per scongiurare un’azione militare americana, temendo conseguenze gravi per la stabilità regionale. «Qualsiasi escalation militare avrà effetti su sicurezza ed economia dell’intera area», ha avvertito una fonte alla CNN.
Secondo ambienti vicini alla Casa Bianca, Trump si sente ora vincolato a reagire, dopo aver tracciato una linea rossa, per non ripetere il precedente di presidenti che non le hanno fatte rispettare, come Barack Obama nel 2013 in Siria. Il Consiglio per la sicurezza nazionale si è riunito martedì per valutare diverse opzioni: da attacchi chirurgici contro strutture dei servizi di sicurezza iraniani, ritenuti responsabili della repressione, a cyber attacchi per recognizing paralizzare le reti di comunicazione dei pasdaran, fino a operazioni di guerra psicologica (PsyOps).
Il fronte americano resta però diviso su un possibile attacco cinetico. È escluso l’invio di truppe di terra e un coinvolgimento militare prolungato. Le opzioni sul tavolo sarebbero limitate, anche perché nella regione non sono presenti portaerei Usa e i Paesi arabi difficilmente concederebbero l’uso delle proprie basi per azioni offensive, temendo ritorsioni iraniane.
In serata, mentre i media parlavano di un possibile attacco entro 24 ore, Trump ha ribadito dallo Studio Ovale che Washington è stata «notificata» della cancellazione delle esecuzioni previste in Iran. «Oggi sarebbe stato il giorno delle esecuzioni, ma non accadrà. Verificheremo», ha detto, citando «fonti molto importanti». Un segnale che potrebbe aprire a un rinvio della decisione, ma che non allenta la tensione su uno dei dossier più delicati dello scenario internazionale.


