
La verità ha impiegato quasi trent’anni per salire le scale di via Marsala, ma alla fine ha bussato con la forza di una sentenza che riscrive la storia di Chiavari. Nada Cella, la segretaria ventiquattrenne massacrata nel maggio del 1996, ha finalmente ottenuto giustizia: la Corte d’Assise ha dichiarato Anna Lucia Cecere colpevole, condannandola a una pena di 24 anni di reclusione. Quello che per decenni è stato il cold case più enigmatico della Liguria trova oggi un punto fermo, dissipando le nebbie che avevano protetto per troppo tempo l’identità dell’assassina. Nada era entrata in quello studio per una normale mattina di lavoro e ne era uscita esanime, vittima di una violenza rimasta impunita per ventinove lunghi anni.

Le condanne e il muro del silenzio abbattuto
La sentenza non ha colpito solo l’esecutrice materiale del delitto. Il tribunale ha infatti stabilito una condanna a 2 anni a Marco Soracco, il commercialista e datore di lavoro di Nada, imputato per favoreggiamento. Secondo l’accusa, l’uomo non avrebbe aiutato gli inquirenti a fare luce sull’orrore avvenuto tra le mura del suo studio, contribuendo a mantenere il mistero attraverso omissioni e silenzi. Per la pm Gabriella Dotto, che ha coordinato questa riapertura del caso, l’aggressività della Cecere era mossa da una «lucida follia» e da un desiderio di rivalsa alimentato da «gelosia e rancore». La volontà di sostituirsi a Nada, sia nel cuore del commercialista che nella stabilità professionale, sarebbe stata la scintilla che ha portato al massacro della giovane segretaria.
Nonostante la difesa abbia tentato fino all’ultimo di derubricare il processo a un atto di «indignazione e clamore» privo di fondamenta, la Corte ha ritenuto che il quadro indiziario fosse solido. Quei bottoni ritrovati nell’abitazione della Cecere, così simili a quello repertato sulla scena del crimine, non erano una coincidenza, ma frammenti di una colpevolezza cristallizzata nel tempo. Anche se l’avvocato Franzone ha ammesso che «non c’è una prova regina», il verdetto conferma che la somma di «infiniti indizi, infiniti elementi» ha costruito un ponte insuperabile verso la condanna.
Il ritratto che emerge dall’aula è quello di una donna che, per decenni, ha cercato di rifarsi una vita in Piemonte, lontano da quel sangue versato a Chiavari, convinta che il tempo avrebbe cancellato ogni traccia. Ma la perseveranza della Procura e la riapertura del fascicolo hanno dimostrato che il desiderio di Nada di «sistemarsi» lavorando onestamente era stato spezzato da chi, per le stesse ragioni, ha preferito la via del sangue. Con i 24 anni inflitti alla Cecere, si chiude un capitolo dolorosissimo della cronaca nera italiana, restituendo dignità a una vittima che per troppo tempo era rimasta senza un colpevole.


