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Accoltellato in classe a La Spezia, Abu muore a 19 anni. I compagni: “Atif lo ha inseguito per ucciderlo”

Pubblicato: 17/01/2026 08:32

La scia di speranza che ha unito amici e familiari in un pomeriggio di preghiere davanti al Pronto soccorso del Sant’Andrea si è spenta definitivamente alle otto di sera. Abanoub Youssef, il diciannovenne che tutti chiamavano «Abu», è spirato nonostante il disperato tentativo dei medici di strapparlo alla morte. Il giovane egiziano era giunto in ospedale in arresto cardiaco; per novanta minuti il personale sanitario ha lottato per rianimarlo, riuscendo inizialmente a far ripartire il battito e portandolo d’urgenza in sala operatoria. Tre ore sotto i ferri non sono però bastate: il decesso è avvenuto poco dopo il trasferimento nel reparto di Rianimazione.

A spezzare la vita di questo studente dell’istituto professionale Einaudi-Chiodo di La Spezia è stata una coltellata micidiale sferrata da un compagno di scuola, Atif Zouhair, di un anno più giovane. Il presunto omicida, descritto dai coetanei come un ragazzo con il pizzetto e i ricci che «aveva sempre l’aria dello spaccone», avrebbe agito in un corridoio affollato al secondo piano della scuola, sotto gli occhi pietrificati di docenti e alunni.

La cronaca di un dramma annunciato tra i banchi

L’aggressione si è consumata intorno alle 11, durante un cambio d’ora. Secondo le prime ricostruzioni, il confronto sarebbe iniziato nei bagni per poi degenerare rapidamente. Abu, intuendo il pericolo, ha tentato la fuga verso la propria aula, ma è stato raggiunto proprio sulla soglia. Un unico fendente al torace gli ha lacerato il fegato, provocando un’emorragia inarrestabile. Mentre un’insegnante cercava disperatamente di tamponare la ferita, si attendeva un’ambulanza che, a detta dei familiari, sarebbe arrivata solo dopo trenta minuti.

Il movente, stando alle parole dello stesso Zouhair durante l’arresto, sarebbe legato a una banale gelosia social: «Volevo ucciderlo — ha dichiarato —. Lui non doveva permettersi di mettere sui social una sua foto assieme alla mia ragazza». Tuttavia, chi conosceva bene Abu smentisce categoricamente questa versione, spiegando che il ragazzo non frequentava i social e che quella foto era probabilmente un vecchio ricordo di anni prima. Il killer si era presentato a scuola armato di un grosso coltello da cucina nascosto nello zaino, un dettaglio che potrebbe far scattare l’aggravante della premeditazione.

Molti studenti raccontano che Atif era considerato pericoloso: «Lo sapevano tutti che era pericoloso — dicono i ragazzi — il coltello lo aveva portato a scuola altre volte». C’è chi parla di precedenti minacce e di una preoccupante instabilità psicologica. Anche un insegnante di sostegno, tra i primi a soccorrere la vittima, ha voluto sottolineare che, nonostante la tragedia, l’istituto non è un ambiente degradato: «Non siamo certo il Bronx. Tutt’altro. La nostra è sicuramente una scuola multietnica, ma da noi i ragazzi sono tutti perfettamente integrati».

Abu era il simbolo di questa integrazione. Arrivato dall’Egitto a cinque anni, unico maschio di quattro figli, studiava e lavorava come cameriere per aiutare il padre capocantiere. Un progetto di vita spezzato da un fendente, in una scuola che oggi si scopre improvvisamente più fragile.

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