
La tragedia che ha sconvolto l’istituto tecnico Einaudi-Chiodo di La Spezia assume contorni sempre più inquietanti man mano che emergono i dettagli della folle corsa omicida tra i corridoi della scuola. L’aggressore non si è limitato a sferrare il fendente mortale contro il compagno: lo ha prima inseguito, lo ha colpito e ha continuato a braccarlo fin quasi all’interno della classe dove Abanoub, la vittima, cercava disperatamente un rifugio. Secondo le ricostruzioni, dopo il primo affondo la rabbia del giovane non era ancora placata; la volontà di «dare una lezione» a quel coetaneo, colpevole ai suoi occhi di insidiare la sua fidanzata, sembrava spingerlo a voler affondare ancora la lama.
Solo la presenza di un docente e degli altri studenti lo ha riportato parzialmente alla realtà, ma la sequenza allucinante è proseguita. Ancora armato, si è diretto verso l’aula della ragazza, forse per rivolgerle un’ultima parola, prima di tornare indietro. Non c’è stato alcun atto di eroismo per disarmarlo: è stato lo stesso omicida a consegnare, docilmente, la lama insanguinata, porgendola per il manico all’insegnante incontrato sul percorso. Poi, il gelo. Mentre un professore tentava di fermare l’emorragia di Abu, il ragazzo è rimasto immobile, seduto al banchetto dei bidelli, con quello che i testimoni descrivono come un inquietante ghigno, una «una risata» deformata che gli era rimasta impressa sul volto fin dall’inizio dell’aggressione.
Le ombre su Atif Zouhair e i segnali inascoltati
Il dramma si è consumato intorno alle 11.45 al secondo piano del plesso scolastico, scatenando il panico tra gli studenti. Mentre il passaparola correva veloce nelle chat, emergeva un profilo inquietante di Atif Zouhair: molti compagni sostengono che non fosse nuovo all’uso delle armi bianche e che avesse già minacciato un ragazzo albanese in passato. Il professionale Einaudi-Chiodo, spesso descritto dai docenti come un «esempio di integrazione e tolleranza», sembra nascondere crepe profonde. Alcuni studenti puntano il dito contro una presunta sottovalutazione del rischio da parte del corpo docente, riferendo di un episodio specifico avvenuto mesi prima durante un incontro di classe.
In quell’occasione, alla domanda su quale fosse il suo sogno, Atif avrebbe risposto testualmente: “mi piacerebbe vedere che emozione si prova a uccidere una persona”. Un’affermazione agghiacciante che, secondo i ragazzi, non avrebbe prodotto alcuna reazione ufficiale. Non solo: sembra che il giovane andasse chiedendo in giro informazioni sulle conseguenze penali per un omicidio in Italia. Se per la scuola era uno «studente modello, con rendimento scolastico superiore alla media», per i suoi coetanei era un tipo «molto strano» che spesso girava armato. Mentre il Ministero invia gli ispettori per fare luce su eventuali negligenze, la polizia esamina i social e le chat, cercando conferme su un post in cui il ragazzo avrebbe mostrato persino una pistola. La verità su chi sia davvero Atif, arrivato dal Marocco dieci anni fa, è ora al centro di un’indagine che deve distinguere tra la maschera del bravo studente e la deriva violenta di un ragazzo definito da molti come «quantomeno problematico».


