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Iran, il dato da brividi: “16.500 dimostranti uccisi e 330mila feriti”

Pubblicato: 18/01/2026 10:05

L’orrore che sta filtrando attraverso le maglie strettissime della censura in Iran delinea un quadro di violenza sistematica che fatica a trovare precedenti nella storia recente del Paese. Nuovi documenti riservati, che citano testimoni diretti e fonti mediche sul campo, rivelano una realtà agghiacciante: la repressione delle manifestazioni di protesta avrebbe causato la morte di almeno 16.500 persone, mentre il numero dei feriti si attesterebbe sulla spaventosa cifra di 330.000. Ciò che rende il bilancio ancora più tragico è la velocità e l’età delle vittime; il rapporto precisa infatti che la maggior parte delle uccisioni sono avvenute nel giro di appena due giorni e che la stragrande maggioranza di chi ha perso la vita si ritiene che siano giovani sotto i 30 anni, la generazione che più di ogni altra sta sfidando il potere costituito.

Le testimonianze raccolte nel dossier squarciano il velo di silenzio imposto dalle autorità di Teheran, descrivendo una metodica precisione nell’uso della forza. Il dato dei feriti, quasi un terzo di milione di persone, suggerisce un conflitto interno di proporzioni belliche combattuto nelle strade, nelle piazze e nei vicoli delle principali città iraniane. Le strutture sanitarie, spesso sorvegliate o sotto pressione, sono diventate l’unico osservatorio possibile per quantificare un massacro che il regime ha cercato in ogni modo di rendere invisibile agli occhi del mondo.

Il blackout informativo e l’accusa di genocidio

Il controllo dell’informazione è stato il pilastro su cui si è retta questa ondata di sangue. Uno dei medici citati nel rapporto, testimone dell’afflusso incessante di corpi e feriti gravi nelle cliniche, descrive la situazione con parole definitive, definendola come “un genocidio coperto dal buio digitale”. Questa espressione si riferisce alla strategia deliberata del regime di imporre il blocco totale di Internet e di ogni forma di comunicazione verso l’esterno, creando una zona d’ombra dove l’impunità è diventata la regola.

Il blackout non è stato solo un’arma contro la stampa internazionale, ma una tortura psicologica per la popolazione civile. Per giorni e giorni, il silenzio della rete ha impedito a decine di migliaia di famiglie iraniane di avere notizie dei propri cari, lasciandole nel limbo atroce di non sapere se i propri figli, fratelli o mariti fossero ancora vivi o se i loro nomi dovessero essere aggiunti alla lista dei morti. Mentre la Procura internazionale riceve questi dati, il procuratore capo ha lanciato un monito affinché queste prove non vadano disperse. La speranza è che la fine di questo buio digitale possa finalmente portare a una richiesta di giustizia per una generazione che è stata letteralmente decimata nel silenzio di una connessione interrotta.

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