
La decisione della Procura di Civitavecchia di contestare il nuovo reato di femminicidio a Claudio Carlomagno segna un passaggio cruciale nell’inchiesta sull’uccisione di Federica Torzullo, la 41enne trovata senza vita ad Anguillara Sabazia, sotterrata in un canneto alle spalle dell’azienda di movimento terra del marito. Un cambio di qualificazione giuridica che arriva alla luce delle risultanze investigative e che ridisegna il perimetro dell’accusa, aggravando in modo decisivo la posizione dell’uomo, già indagato anche per occultamento di cadavere.
Al centro del nuovo impianto accusatorio c’è l’articolo 577 bis del codice penale, che prevede la condanna all’ergastolo per l’omicidio di una donna commesso “per motivi di odio, discriminazione di genere, o per reprimere la sua libertà, i suoi diritti o la sua personalità, come il rifiuto di una relazione”. Una norma che, secondo i pm, trova piena applicazione nel contesto maturato all’interno della casa coniugale, dove si sarebbe consumata la violenza culminata nella morte di Federica. Un quadro che, passo dopo passo, ha spinto gli inquirenti a ritenere che non si tratti di un delitto isolato, ma dell’atto finale di una dinamica di controllo e sopraffazione.

Omicidio Federica Torzullo, cosa ha scatenato la furia di Claudio Carlomagno
Oggi pomeriggio, intanto, è in programma l’autopsia sul corpo di Federica Torzullo, un passaggio atteso che potrebbe fornire elementi determinanti sulla dinamica dell’omicidio e sull’arma utilizzata, che non è stata ancora trovata. L’esame verrà eseguito all’Istituto di medina legale de La Sapienza. Dal decreto di fermo emerge un dettaglio di estrema brutalità: per “ostacolarne il riconoscimento”, Claudio Carlomagno avrebbe tentato di dare fuoco e fare a pezzi il corpo della moglie, poi ritrovato in una buca scavata in un fondo attiguo all’azienda dell’uomo. Nel documento si sottolinea inoltre come sussistessero “plurimi specifici elementi dai quali desumere ragionevolmente che Carlomagno Agostino Claudio stesse per darsi alla fuga”.

Le indagini dei carabinieri, coordinate dal procuratore Alberto Liguori, hanno ricostruito con precisione i movimenti della coppia nelle ore precedenti alla scomparsa della donna. Federica era rientrata a casa poco dopo le 19 dell’8 gennaio, mentre il marito era tornato alle 19:41, “per poi uscire e farvi rientro alle 21:05”. Da quella sera, Federica non è stata più vista di persona. Secondo gli inquirenti, l’uomo “abbia agito con condotte violente nei confronti della coniuge all’interno della casa familiare, per poi trasportarne le spoglie presso il deposito aziendale”.
Le successive ispezioni nell’abitazione, nell’auto, nel deposito della ditta e sui mezzi aziendali hanno evidenziato “la presenza di tracce ematiche latenti”, con sangue umano individuato sul pavimento vicino alle scale, nella cabina armadio e sugli abiti da lavoro dell’indagato, trovati in asciugatrice dopo essere stati lavati.
Ma è nella ricostruzione del contesto familiare che l’inchiesta individua il possibile detonatore della violenza. Federica, secondo quanto emerso, aveva maturato da tempo la decisione di lasciare la casa in cui viveva con il marito insieme al figlio. Una scelta sofferta ma ormai irrevocabile, che avrebbe preso forma concreta proprio nell’ultima cena trascorsa tra le mura domestiche. In quel momento, la donna avrebbe ufficializzato la sua intenzione di andare via, annunciando di fatto la separazione. Un gesto di autonomia, una presa di distanza che avrebbe rappresentato per Carlomagno la perdita del controllo sulla moglie e sulla famiglia.
Gli investigatori ritengono che proprio quella comunicazione abbia scatenato la furia dell’uomo. Federica, infatti, pare frequentasse un altro uomo da qualche tempo, un elemento che avrebbe ulteriormente alimentato tensioni e risentimento. La prospettiva di vederla uscire definitivamente dalla sua vita, portando con sé il figlio, avrebbe trasformato la cena in un punto di non ritorno. In questa chiave, l’omicidio viene letto come una reazione violenta al rifiuto e alla libertà rivendicata dalla donna, un tentativo estremo di reprimere una scelta che l’indagato non era disposto ad accettare.


A completare il quadro, secondo gli inquirenti, ci sono anche i tentativi di depistaggio successivi. È “del tutto verosimile ritenere che sia stato l’indagato ad utilizzare il cellulare di Federica dopo averla uccisa, proprio al fine di dissimulare l’azione criminosa”. L’ultima conversazione Whatsapp tra il telefono della vittima e quello della madre risale “tra le 7:55 e le 8:05 del 9 gennaio”, mentre nello stesso arco temporale le immagini di videosorveglianza mostrano Carlomagno uscire di casa e raggiungere il deposito aziendale, con entrambi i cellulari compatibili per irradiamento nella stessa area. Un mosaico di elementi che, insieme all’occultamento del corpo e al tentativo di distruggerlo, “offrono la rappresentazione inequivoca del tentativo dell’indagato di celare l’azione criminosa”. Un delitto che, secondo la Procura, affonda le sue radici nella volontà di annientare la libertà di una donna che aveva deciso di andarsene.


