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Greg Bovino e Alex Pretti: due italoamericani sulla frontiera morale dell’America

Pubblicato: 25/01/2026 09:18

L’America ha costruito la propria identità sull’idea dell’arrivo. Da due secoli coltiva il mito del nuovo inizio, celebrato nelle fotografie degli sbarchi, nei romanzi, nei discorsi pubblici. È una narrazione che non appartiene solo alla politica o alla retorica patriottica, ma alla cultura più profonda degli Stati Uniti: l’arrivo come atto fondativo, come rito di passaggio, come punto zero della biografia collettiva. Allo stesso tempo, però, l’America ha custodito un’altra pulsione, più antica e meno sentimentale: quella della frontiera, della sorveglianza, del controllo, della difesa di un perimetro simbolico oltre il quale comincia l’ignoto. Queste due vocazioni – accoglienza e protezione – convivono, si alternano, si scontrano, e ogni tanto producono episodi che costringono la nazione a guardarsi allo specchio, non come mito ma come realtà contraddittoria. Lì, in quel riflesso, si vedono cose che spesso non piacciono, perché rivelano quanto sia fragile l’idea di una nation of immigrants e quanto sia dura la pratica della frontiera.

Due storie pienamente americane

Dentro questa scena si trovano Greg Bovino e Alex Jeffrey Pretti. Non sono immigrati, non sono outsider, non sono figure marginali. Sono americani, punto. Sono italoamericani, figli e pronipoti di chi arrivò qui generazioni fa, quando l’Europa era un continente di partenze e l’Atlantico una soglia da attraversare per rifarsi una vita. Ma oggi l’origine europea non è un racconto identitario: è uno sfondo, una memoria genealogica che riaffiora solo quando il Paese discute di immigrazione e il tema torna a chiedere alle famiglie: “da dove siamo partiti?”.

La loro biografia non serve come spiegazione sociologica, serve come specchio culturale. Mostra cosa è diventata l’America dopo un secolo di assimilazione e miscuglio: un Paese in cui i discendenti degli europei non si percepiscono come ex immigrati, ma come nazione. È in questo contesto che la loro presenza nella stessa vicenda assume un significato che va oltre la cronaca: non c’è lezione morale, non c’è contrapposizione classica, non c’è schema economico. C’è, piuttosto, una domanda sottile ma inevitabile: cosa significa appartenere a un Paese che ha fatto dell’immigrazione la propria origine e del confine la propria ossessione più persistente?

Perché Bovino e Pretti entrano nello stesso racconto non per ciò che fanno, ma per il luogo culturale che occupano senza volerlo. La loro esistenza mostra come gli Stati Uniti abbiano compiuto un percorso quasi paradossale: i discendenti di coloro che un tempo varcarono la soglia della speranza si ritrovano oggi immersi nelle discussioni – e nelle tensioni – su una nuova immigrazione che interroga la stessa idea di America. Non serve il giudizio, serve l’osservazione: è la storia che si ripete con forme nuove e con attori che non hanno chiesto di rappresentarla.

Una frattura che attraversa la nazione

È in questo quadro che la figura di Bovino si colloca dalla parte del controllo: è lui la voce e il volto dell’apparato che gestisce la frontiera interna, che stabilisce quando l’arrivo deve essere disciplinato e quando deve essere fermato, quando la promessa si traduce in pratica amministrativa e quando la pratica si traduce in forza. Non perché lo abbia scelto come identità, ma perché il Paese lo ha collocato lì, dentro una funzione che da sempre esiste nella cultura americana: difendere un perimetro, reale o simbolico.

Dall’altro lato, nella stessa scena ma su un asse diverso, c’è Pretti, cittadino coinvolto nelle conseguenze di quelle stesse procedure. Non c’è scala, non c’è pesatura morale, non c’è dramma individuale costruito ad arte. C’è semplicemente la vita civile che incontra l’apparato, c’è lo spazio dove Stato e società si sfiorano e a volte si urtano, senza chiedere il permesso ai protagonisti.

Il risultato non è una lezione, è un’immagine. L’America che un tempo ha accolto i nonni e i bisnonni di queste famiglie europee oggi vede i loro discendenti muoversi ai lati di un dibattito che riguarda un’altra stagione dell’immigrazione, con altre origini, altri numeri, altre ansie. È una scena che si ripete: la vecchia immigrazione sedimenta, la nuova immigrazione inquieta. Il passato diventa tessuto nazionale, il presente diventa questione politica. È così da sempre, e così continua.

Ci sono Paesi che metabolizzano le contraddizioni chiudendole in archivi; l’America, invece, le mette in piazza. Le discute, le amplifica, se le rinfaccia, le trasforma in istituzioni, in retorica, in cinema. È uno dei pochi luoghi dove l’arrivo e il confine convivono nella stessa frase senz’altra spiegazione che la storia.

Da fuori sembra una contraddizione; da dentro, è semplicemente America.

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