
Lora piange davanti al memoriale improvvisato, tra candele e fiori lasciati all’incrocio tra Nicollet Avenue e Ventiseiesima strada, il luogo in cui Alex Pretti è stato ucciso dagli agenti federali. Poi si rivolge alla poliziotta Mays della forza di Minneapolis: “Grazie per essere qui, grazie per proteggerci”. Una scena che segna un netto contrasto con quanto accadde dopo l’omicidio di George Floyd, quando la città fu travolta da proteste e incendi.
Questa volta, però, lo scontro non è tra cittadini e polizia locale, ma tra le autorità municipali e gli uomini di Ice e Border Patrol, accusati di aver violato le regole operative e di voler gestire l’inchiesta in autonomia.
Accuse incrociate e tensione istituzionale
Secondo le autorità cittadine, gli agenti federali avrebbero escluso Minneapolis dalle indagini nel tentativo di controllare la narrazione dei fatti. Di segno opposto la versione di Gregory Bovino, capo degli agenti federali in città, che ha sostenuto fin dall’inizio che Pretti fosse uscito di casa con l’intenzione di “massacrare” i suoi uomini. Una ricostruzione ribadita anche il giorno successivo, affermando che la vittima avrebbe tentato di attaccare gli agenti e ne avrebbe subito le conseguenze.
Il capo della polizia di Minneapolis, Brian O’Hara, ha replicato duramente parlando di comportamento “non professionale” e di violazioni delle procedure di base. Ancora più netto il governatore del Minnesota Tim Walz, che ha chiesto il ritiro dei circa 3.000 agenti federali presenti nello Stato: “Trump deve ritirarli prima che uccidano un altro americano per strada”.
Sul fondo della vicenda emerge anche un livello politico più ampio. La segretaria alla Giustizia Pam Bondi avrebbe offerto a Walz il ritiro degli agenti in cambio delle liste elettorali del Minnesota, alimentando il sospetto che la crisi venga usata per rilanciare accuse di voto illegale e aprire uno scontro sul controllo delle prossime elezioni.
I video: “Pretti aveva solo il cellulare”
Le immagini circolate nelle ore successive sembrano smentire la versione federale. Nei filmati Alex Pretti non appare armato, ma tiene in mano soltanto il cellulare, con cui stava riprendendo l’operazione. Un agente lo affronta mentre lui cerca di aiutare una donna caduta a terra e gli spruzza spray urticante.
Pretti cade, oppone resistenza all’arresto, ma non viene mai visto brandire una pistola. Al contrario, è un agente a colpirlo e a sottrargli un’arma. Solo dopo qualcuno grida “gun” e partono gli spari: dieci colpi in totale, esplosi quando Pretti era già stato disarmato, secondo il racconto di un testimone oculare che ha registrato lo scontro.
L’intervento del giudice federale
Su richiesta delle autorità locali, il giudice federale Eric Tostrud, nominato da Donald Trump, ha ordinato al governo di Washington di preservare tutte le prove raccolte, consentendo anche agli investigatori di Minneapolis di accedervi. L’amministrazione federale si oppone, sostenendo di avere già una propria ricostruzione dei fatti.
Per il Minnesota, invece, è essenziale fare piena luce su quanto accaduto, mentre cresce il timore che l’episodio possa essere utilizzato come pretesto per misure straordinarie e per un’escalation politica a livello nazionale.
Una città sotto shock
Intanto, al memoriale di Nicollet Avenue, il dolore si mescola alla rabbia. “La verità è che ci odiano. Perciò ci ammazzano”, dice Lora tra le lacrime. Minneapolis si ritrova ancora una volta al centro di una vicenda che intreccia uso della forza, diritti civili e tensioni istituzionali, con una comunità che chiede trasparenza e risposte su una morte che rischia di lasciare ferite profonde.


