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Caso Rogoredo, la lezione dei poliziotti: “In strada l’esitazione uccide”

Pubblicato: 29/01/2026 11:09

Il caso Rogoredo continua a far discutere e a lasciare una ferita aperta nel rapporto tra forze dell’ordine e istituzioni, soprattutto dopo l’iscrizione nel registro degli indagati del poliziotto che ha sparato, con l’ipotesi di omicidio volontario. Una contestazione che si discosta dall’ormai consueta formula dell’eccesso colposo di legittima difesa e che ha suscitato sorpresa e indignazione tra molti operatori in divisa.
Da più parti si sottolinea che si tratterebbe di un atto dovuto, anche a tutela dell’agente coinvolto. Una prassi che però incontra da tempo la forte opposizione dei sindacati di polizia, tanto che il governo starebbe lavorando a una soluzione alternativa, destinata forse a trovare spazio già nel prossimo pacchetto sicurezza.
Nel frattempo, i colleghi dell’agente hanno fatto quadrato attorno a lui, ribadendo un principio che torna con forza: certe situazioni vanno vissute prima di essere giudicate, perché quando c’è in gioco la vita, tutto si decide in frazioni di secondo.

La solidarietà dei colleghi: “La pelle a casa la si deve portare”

Sui social, molti appartenenti alle forze dell’ordine hanno espresso il loro sostegno. “Chiunque in un clima del genere avrebbe reagito in quel modo, la pelle a casa la si deve portare in qualunque caso. Ora tocca allo Stato difendere un suo servitore”, scrive un agente.
Un altro intervento è ancora più duro: “Indagarlo per omicidio volontario ti fa incazzare di brutto. I signori magistrati dicono che applicano la Legge, peccato che allo stesso tempo dimenticano il buon senso”. E aggiunge, lasciando trasparire un disagio profondo: “Ti portano a un punto che speri di arrivare presto al congedo, di chiudere in fretta un percorso professionale che hai scelto e che, soprattutto loro, hanno rovinato”.

“Non andiamo in servizio per uccidere”

A intervenire è anche un carabiniere, che precisa di non voler mettere in discussione la magistratura né lo Stato di diritto, ma contesta quella che definisce una criminalizzazione automatica. Nel suo intervento sottolinea: “Non chiediamo impunità. Mai chiesta. Chiediamo una cosa molto più seria: giustizia vera. Giustizia che accerta, sì, ma senza demolire. Che verifica, sì, ma senza marchiare. Che indaga, sì, ma senza trattare come nemico chi ha agito per proteggere”.
Parla a nome del collega che ha sparato e lancia un messaggio chiaro: “Non voglio uno Stato che chiede eroi e poi li processa per default quando sopravvivono. Non voglio uno Stato che pretende coraggio ma semina paura istituzionale”. E avverte: “Se lo Stato non tutela chi lo difende, prepara altri funerali”.

“In strada l’esitazione uccide”

È questo il punto centrale della riflessione degli operatori. Rivolgendosi a chi giudica senza conoscere la realtà del servizio, il carabiniere spiega che “quando un operatore esita, in strada, succede quello che nessuno nei salotti comprende: in strada l’esitazione uccide. Uccide il cittadino. Uccide il collega accanto. Uccide te”.
Un monito che guarda anche al futuro: “Se niente cambia, ci saranno altri Carlo Legrottaglie. Ci saranno altri colleghi che non torneranno a casa”. Perché, conclude, la prossima volta qualcuno potrebbe esitare, “non perché è codardo, ma perché gli avete messo in testa che dopo il pericolo arriva il tribunale, dopo la strada arriva la gogna, dopo il dovere arriva l’abbandono”.
Parole che restituiscono il clima di tensione e frustrazione vissuto da chi ogni giorno opera sul territorio, e che riaccendono il dibattito su tutele legali, responsabilità e sostegno istituzionale alle forze dell’ordine.

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